Racconto: L’eremita- il disgelo

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 75

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

La solitudine di questa baita alle pendici del Plauris è un balsamo su ferite che mi hanno lacerato per troppo tempo; mi guarisce adagio in un silenzio che è sposo, amico, amante e custode. Nei miei due anni qui ho osservato le stagioni mutare attraverso il sottile vetro della finestra mentre sono rimasta congelata in un attimo eterno, nella lentezza di ogni giorno. 

Ai primi segni di freddo intenso indossavo guanti di lana e mentre i pennelli si asciugavano vicino alla stufa accesa osservavo i primi cristalli di neve scendere senza fretta. Nello sbocciare della primavera, quando ancora sentivo il bisogno del calore del legno arso, riposavo in lunghi pomeriggi assolati e raccoglievo grandi mazzi di ginestra stellata e foglie d’ortica; quando il monte diventava tiepido e clemente mi mettevo in cammino tra gli alberi fitti come una pellegrina con blocco da disegno e matite per raggiungere prati di aconito e iperico montano sotto cieli dall’azzurro sacro; e mentre le foglie dei faggi cominciavano ad arrossire riempivo il vuoto della tela tra il profumo delle castagne raccolte nel profondo del bosco e arrostite sul fuoco.

In questo placido trascorrere, in questo tempo che si dilata e si fa divinità, le uniche costanti sono il fruscio del pennello, il canto dei colori, la sfida della tela e mia sorella. 

Laura viene da me ogni sabato mattina per portarmi la spesa e assicurarsi che io stia bene. È l’unica persona con la quale abbia parlato da quando sono qui. A volte mi racconta di suo figlio, Matteo, che non ho mai visto; immagino la sua pelle come neve e i suoi pianti nubifragi. 

«Non ti piacerebbe conoscerlo, Alice?» mi chiede una mattina d’inverno. Resto in silenzio; certo che mi piacerebbe: Laura me ne ha parlato così tanto che mi sembra quasi di vederlo spalancare gli occhi alle novità di un mondo che cambia veloce con lui, uno al quale non appartengo più.

«No», mento, e me ne pento subito. «Non ancora, almeno», aggiungo per addolcire l’amaro della risposta, ma il danno è fatto. Laura se ne va senza toccare più l’argomento e mi lascia da sola con il mio rimorso.

La settimana che segue passa lenta. Non guardo l’orologio e misuro il passare del tempo in legna bruciata. Il fumo che esce quando apro lo sportello mi entra nei polmoni e mi fa lacrimare gli occhi; in cerca di aria pulita esco nella neve spessa, avvolta nella coperta più pesante che possiedo. Con i piedi bagnati nonostante le scarpe, il viso arrossato dal freddo pungente e le dita già quasi intorpidite, socchiudo gli occhi e inspiro a fondo in quella coltre gelida che tutto fa tacere. Dietro di me, nella mia piccola baita calda come il grembo di una madre, il pavimento è coperto da fogli sparsi, bozzetti di neonati a carboncino, studi sul nipote che non ho mai conosciuto e che ha suscitato in me un desiderio di contatto che non ho provato per anni.

Ascolto i brividi che hanno cominciato a scuotermi e rientro. Piego la coperta, metto le scarpe ad asciugare e mi siedo per terra davanti al fuoco tra i disegni e la mia malinconia. Sospiro e chino la testa, ormai arresa a un cambiamento che so di non poter più evitare. Il silenzio sembra approvare. È pieno inverno, ma il disgelo sta iniziando.

Racconto: L’imperatrice

Arcani maggiori, Racconti

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Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi su Behance

Non ho mai saputo come si chiamasse: per me lei è sempre stata l’Imperatrice. 

La vidi per la prima volta un mattino di fine settembre quando salii per caso su una corriera diversa dal solito. Non era passato neanche un mese dal mio ingresso al liceo; scuola, compagni, ritmi nuovi: tutto mi esaltava e intimoriva al tempo stesso e navigavo attraverso quelle acque turbolente aggrappandomi a ogni salvagente a mia disposizione. Lei, invece, non sembrava avere bisogno di nulla. Non galleggiava a stento: camminava sull’acqua. Fu per questo che non potei fare a meno di notarla. 

Era seduta in fondo alla corriera, al centro come un’imperatrice sul suo trono, e dai sedili a destra e sinistra i suoi amici si sporgevano in avanti per parlare con lei; anche se non avesse occupato il sedile più visibile da tutti, però, sarebbe stato impossibile non restare affascinati: il suo portamento, i suoi gesti, come parlava…tutto di lei sembrava dichiarare al mondo quanto fosse speciale. 

La mia adorazione crebbe giorno dopo giorno, corsa dopo corsa. Cominciai a vestirmi come lei, mi tinsi i capelli dello stesso colore, provai a indovinare quale musica ascoltasse o cosa le piacesse leggere per farlo io stessa. Non sapevo nulla di lei, che scuola frequentasse o cosa la facesse ridere o piangere; non conoscevo il suo indirizzo o quale fosse il suo colore preferito. Sapevo soltanto che veneravo la sua sicurezza innata e che mi ritrovavo sempre di più ad allenarmi davanti allo specchio per parlare o sorridere come le avevo visto fare. Capii presto che non volevo assomigliarle: volevo essere lei. Volevo essere l’Imperatrice. 

Forse per questo sua sparizione improvvisa fu come un pugno allo stomaco: era il primo giorno di scuola del mio secondo anno e avevo atteso tutta l’estate, scalpitando, di vederla di nuovo. Volevo che mi notasse. 

Quella mattina mi alzai prestissimo. Osservai allo specchio il mio riflesso, ormai così simile a lei, con la certezza che saremmo diventate grandi amiche. Mi immaginai seduta alla sua destra mentre mi confessava quanto fosse felice di aver trovato qualcuno che finalmente riusciva a capirla e sorrisi, soddisfatta.

Scelsi con cura i miei vestiti e controllai mille volte gli orari delle corse. Alla fermata non riuscivo a stare ferma, sentivo le dita informicolate dall’ansia. Quando la corriera arrivò salii i gradini, guardai in direzione del sedile che era sempre stato dell’Imperatrice e lo trovai vuoto. 

Mi sedetti al mio solito posto sentendomi confusa. Mi dissi che era un caso e che stava saltando il primo giorno con i suoi amici ma mancò anche il secondo giorno, il terzo, e il resto della prima settimana di scuola. A metà della seconda dovetti fare i conti con la brutale verità: non sarebbe tornata. 

Ritornata da scuola mi chiusi in camera e piansi prendendo a pugni il letto. Restai sveglia tutta la notte senza riuscire a spiegarmi come mi avesse potuto abbandonare. E poi, in un lampo di genio, capii. Non mi aveva lasciata, tutt’altro.

La mattina del terzo lunedì di scuola scostai i capelli dal viso e mi sistemai la camicetta prima di salire sulla corriera. Attraversai il corridoio sentendo gli occhi di tutti puntati su di me. Anche loro sapevano, anche loro capivano.

Mi sedetti sul trono mentre un brivido d’eccitazione mi attraversava la schiena: finalmente avevo ciò che mi spettava di diritto. Da lì potevo vedere tutta la corriera ai miei piedi, non avevo mai sentito un potere così inebriante. Soppressi un risolino: era così che si doveva essere sentita, indistruttibile. Respirai a fondo, le mani rilassate.

«L’Imperatrice è morta», sussurrai mentre raddrizzavo la schiena e piegavo le labbra in un sorriso sbieco. «Viva l’Imperatrice.»