Scrittura: Tipi di scrittori in blocco e come superarlo

Consigli, Scrittura

Tempo di lettura: 3 minuti 15 secondi

Diciamo che avete avuto un’idea fantastica per una storia, magari avete persino cominciato a immaginare ambientazione e personaggi e volete cominciare a scrivere…ma nel momento stesso in cui vi mettete alla tastiera e vedete il foglio bianco di word non viene fuori nulla: nada, nothing. Esatto, quello che state provando è il famoso panico da foglio bianco. Credo che sia una cosa molto comune, anche se i motivi che si celano dietro di essa sono diversi.

Immagine di Antonio Uve su Behance

Analizziamo i diversi esemplari di scrittori bloccati, che ne dite?

Il primo è quello che ha speso settimane, forse mesi a fantasticare sul mondo narrativo che ha creato; conosce la storia del singolo sassolino della strada sterrata del villaggio più sperduto e ha persino dato un nome ai peli del naso del nonno del protagonista. Ha insomma esagerato un po’ (solo un pochino, eh!) con la fase di progettazione e si è ritrovato una marea di materiale storico, culturale, geografico, di background e sul carattere dei personaggi, così tanto che non sa come iniziare: le troppe informazioni lo confondono e la pagina bianca, con la sua assolutezza, lo blocca.

Il secondo esemplare che possiamo osservare è l’esatto contrario del primo: è lo scrittore che ha avuto un’idea che gli ha fatto accendere la proverbiale lampadina sopra la testa ed è stato così impaziente da voler scrivere subito. Il problema è che magari può andare avanti persino per qualche facciata, ma dopo un po’ la mancanza di una trama definita e di una struttura dietro la storia e il mondo narrativo si faranno sentire…cosa che lo porta a bloccarsi e non sapere come continuare.

Il terzo esemplare lo chiamerei “il perfezionista”: vuole iniziare con il piede giusto e conosce l’importanza assoluta dell’incipit. Vuole insomma che le prime frasi del suo romanzo colpiscano il lettore e lo spingano ad andare avanti, intrigato da ciò che potrebbe succedere in futuro. Il problema con il perfezionista è di solito che si scervella così tanto per trovare un buon modo per iniziare che trova migliaia di inizi nella sua testa…e non ne scrive nemmeno uno perché nessuno lo soddisfa appieno, restando quindi pietrificato a guardare il cursore lampeggiare sullo schermo.

Diverso dal perfezionista è l’esemplare numero quattro, ovvero “il distratto”: ha l’idea giusta, ha una trama più o meno strutturata e dei personaggi abbastanza caratterizzati, forse ha perfino pensato a come iniziare…ma non lo fa perché prima deve andare su Wikipedia per confermare che quel fatto sia davvero esistito, o su Pinterest a cercare l’immagine perfetta che rappresenti il suo protagonista, e finisce per entrare in un tunnel di ricerche che vanno dai siti per nomi di bebé armeni ai biscotti preferiti dalla regina Elisabetta negli anni ’50, fino a ritrovarsi con un centinaio di pagine aperte nel browser alle tre di notte…e nessuna parola scritta sul file word.

Quindi, miei cari esemplari di scrittore bloccato, come si fa a invertire la rotta e cominciare a scrivere? Vi svelo la mia ricetta segretissima. Pronti? 

Per cominciare a scrivere, senza avere paura del foglio bianco, il mio consiglio è…semplicemente cominciare a scrivere. Senza ricerche, senza perfezionismi, senza badare alla troppa o troppo poca pianificazione: scrivete. Permettetevi di digitare quelle prime parole. Se non saranno quelle “giuste”, o se dovrete modificarle in seguito non importa. Basta che iniziate. Perché, vi assicuro, nel momento in cui iniziate e cominciate a familiarizzare con il suono della tastiera sotto le vostre dita, accadrà il miracolo: continuerete a scrivere, ed è quella la cosa che più importa. 

Ci sono anche altri consigli che vi posso dare, anche se meno poetici: leggete qualcosa del vostro scrittore preferito, quello che vi fa pensare “vorrei scrivere proprio così!”; spegnete il cellulare e disattivate la connessione internet sul vostro computer per minimizzare le distrazioni e le tentazioni; ascoltate una playlist che vi faccia sognare; siate testardi: continuate a fissare il foglio bianco, sfidatelo in una gara che non potrete che vincere voi. E soprattutto ricordatevi perché lo state facendo: per piacere personale, per farvi leggere un giorno, per il vostro sogno, per necessità; non importa la motivazione, cercate di ricordarvela e partite per il viaggio che è scrivere la vostra storia.

Racconto: Il mago

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 11

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

Non avevo mai visto un mago prima, e mi dispiacque che fosse perché stava andando a morire.

Quel giorno la Piazza della Giustizia sembrava ardere di eccitazione; tutti volevano guardare in faccia l’ultimo sopravvissuto alla purga e nessuno sapeva davvero cosa aspettarsi. I maghi erano mutanti e pericolosi, ma lui sembrava diverso: camminava a testa alta, i piedi scalzi e ricoperti di muschio; tra i capelli nascondeva boccioli, nella barba si intrecciavano ramoscelli dalle tenere foglie e steli d’erba germogliati dalle sue orme nel fango accompagnavano i suoi ultimi passi. Lo osservai attraverso le teste che mi bloccavano la vista: aveva le mani legate dietro la schiena, ma dalla punta delle sue dita scaturivano scintille. Spalancai gli occhi e mi feci largo tra la folla, spintonando per cercare di guardare meglio; nessuno sembrava averlo notato, nemmeno le guardie che lo stavano scortando, troppo occupate a scansare gli sputi dalla folla.

Pensai che avrebbe di sicuro usato il fuoco delle sue dita per liberarsi e bruciare la piazza intera; ne sentivo il pericolo latente come un uccello della folgore avverte la tempesta; avrei potuto gridare e avvertire gli altri, ma non riuscivo né a muovermi né ad aprire bocca: ero ipnotizzato.

Solo pochi passi lo separavano dalla sua fine; il Mago continuava a camminare seminando erba dai piedi e minacciando incendi dalle mani, e io non riuscivo a staccare gli occhi da lui.

Salì i gradini della forca e seppi che era giunto il mio momento: sarei morto tra le fiamme e il mio clan non sarebbe nemmeno riuscito a identificarmi, volto anonimo tra i tanti radunati in quella piazza e travolti da quel terribile potere.

Le scintille sembrarono diventare sempre più minacciose quando gli infilarono il cappio al collo, ma quando guardò per un attimo la folla sotto di lui, nei suoi occhi c’era solo pace. Mi chiesi se fosse perché aveva accettato la propria morte o se si stesse pregustando la libertà che si sarebbe preso camminando sopra i nostri corpi carbonizzati. Respirai a fondo e mi preparai all’impatto, mandando un ultimo pensiero al mio clan. Pensai che non era poi così male morire, se significava assistere a della vera magia.

La botola sotto di lui stava per aprirsi. Non riuscivo più a scorgere le sue mani, ora nascoste, ma vidi che aveva socchiuso gli occhi nel silenzio che era improvvisamente calato sulla piazza. Poi la botola fu azionata in un suono sordo e crudele e l’ultimo dei maghi vi cadde dentro, il collo spezzato dall’impatto. Le scintille si spensero. I suoi boccioli appassirono, il muschio e i ramoscelli si rinsecchirono. Ogni traccia di magia svanì con l’estinguersi della luce nei suoi occhi. Unico tra la moltitudine di quella piazza maledetta abbassai il capo e piansi, consapevole di essere stato pronto a dare la vita per vedere anche solo una piccola fiamma nata nel palmo di un mago.

Letterature Strane: il manoscritto di Voynich

Letterature Strane

Tempo di lettura stimato: 5 min 31 sec

Ci sono pochi libri avvolti in un’aura di leggenda come il manoscritto di Voynich: senza autore, titolo, data, o capitoli è considerato il testo più misterioso e strano della storia, e dalla sua comparsa ha suscitato sensazioni di meraviglia e di curiosità in coloro che sono venuti a conoscenza della sua scoperta.

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Prima testimonianza e datazione

La primissima testimonianza della sua esistenza risale al 1580, quando l’imperatore Rodolfo II, grande appassionato di occultismo, acquistò il manoscritto da Edward Kelley e John Dee per la cifra esorbitante di 600 ducati. Vale la pena aprire una parentesi su questo affascinante duo, anche perché negli anni seguenti molti studiosi hanno azzardato l’ipotesi che fossero stati proprio loro a creare il manoscritto per truffare l’imperatore (ipotesi poi non confermata dall’analisi del manoscritto al radiocarbonio, che ha stabilito che il testo sia stato redatto tra il 1404 e il 1434/1438).

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Kelley e Dee: un duo dinamico

Ma perché questa ipotesi? Perché Kelley e Dee avevano le mani in pasta in tutto ciò che riguardava la magia, l’occultismo, la divinazione, l’astronomia e l’astrologia, e conoscendoli non mi sembra poi così strano immaginarli davanti a un boccale di birra e a ridere dell’imperatore credulone che aveva appena regalato loro denaro a palate in cambio di un testo fittizio.

Edward Kelley (1555-1597), in particolare, fu un medium e truffatore di professione che millantava la capacità di evocare gli spiriti e gli angeli tramite la sua fedele sfera di cristallo, mentre John Dee (1527-1608), che si può considerare il mago Merlino dell’Inghilterra elisabettiana, inventò l’enochiano, la lingua degli angeli, e fu un matematico di grande fama. Forse fu grazie a questa sua reputazione che i due ebbero l’opportunità di saltare da famiglia nobile a famiglia nobile prima di avvicinare reali e imperatori. Certo è che i due entrarono nell’immaginario comune come gli archetipi degli occultisti e alchimisti ciarlatani (ho menzionato il fatto che Kelley sosteneva di aver scoperto la pietra filosofale?) e furono immortalati in moltissime opere letterarie: Lovecraft, per esempio, attribuì la paternità del suo Necronomicon a Dee.

L’alfabeto enochiano. Immagine tratta da Wikimedia Commons.

Da dove viene il nome?

Dopo essere stato acquistato da Rodolfo II il manoscritto passò di mano in mano fino ad essere acquistato nel 1912 dall’uomo dal quale prese il nome: Wilfrid Michał Voynich, nato Michał Wojnicz. Il nostro Wilfrid, un antiquario polacco, era in viaggio in Italia quando, passando per Frascati, ebbe modo di esaminare la collezione di libri antichi del monastero di gesuiti del luogo e ne acquistò trenta tra cui quello che diventò poi il manoscritto di Voynich, con la convinzione, condivisa da Rodolfo II, che il testo fosse da attribuire a Roger Bacon, frate francescano con la passione dell’occulto e dell’alchimia.

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Il mistero del contenuto del manoscritto

Ma perché il manoscritto di Voynich è stato per così tanto tempo collegato alle arti oscure? La risposta è semplice se si dà un’occhiata al suo interno: oltre a una grafia incomprensibile che ha letteralmente fatto rischiare la pazzia a un professore che lo ha studiato (William Romaine Newbold dell’Università della Pennsylvania, che lo ha studiato dal 1919 sotto richiesta dello stesso Voynich), il testo presenta diagrammi cosmologici e astrologici, illustrazioni di erbari e immagini inspiegabili e bizzarre e, soprattutto, una grafia che non si è mai vista prima. Oltre al professor Newbold citato prima, innumerevoli studiosi tra cui linguisti, filologi, crittografi, paleografi e iconografi hanno nel tempo cercato di venire a capo al mistero di questo manoscritto, anche utilizzando tecniche all’avanguardia come programmi informatici di decrittazione per cercare delle corrispondenze tra i diversi segni e dare un significato a quello che ormai è un rompicapo che, forse, rimarrà tale.

Per voi che siete interessati a una visione più tecnica di queste analisi del testo vi consiglio di dare un’occhiata a questo articolo che ho trovato nel sito dell’Association for Computational Linguistics, e che spiega nel dettaglio cosa si sa finora delle lettere, delle parole, della struttura morfologica e della sintassi, o a quest’altro articolo che, tra le altre cose, spiega le affinità tra le parole e le sezioni di testo e ipotizza una correlazione tra testo e immagini. Attenzione però che entrambi sono in Inglese!

Non dovete credermi sulla parola quando parlo di questo testo come un rompicapo: oltre alle immagini che ho incluso vi consiglio di dare un’occhiata a questo video dell’Università di Yale (nella cui biblioteca è conservato il manoscritto); notate come sia impaginato in modo peculiare!

C’è anche chi crede di averlo decifrato!

Per ogni mistero ci sarà sempre lo studioso o anche il semplice curioso di turno che afferma di aver trovato la chiave per risolverlo, e il manoscritto di Voynich non fa eccezione, anche se tra tutte le teorie finora non ce n’è una che sia stata davvero accettata come credibile dalla comunità scientifica.

Nel maggio del 2019 l’Università di Bristol, con grande sicurezza, ha affermato che un suo ricercatore, Gerard Cheshire, avrebbe “avuto successo dove innumerevoli crittografi, studiosi di linguistica e programmi informatici avevano fallito”, identificando linguaggio e scopo del manoscritto: la sua teoria è che fosse un testo terapeutico redatto da delle suore per Maria di Castiglia, regina d’Aragona, e che sia l’unica testimonianza dell’esistenza di una lingua proto-romanza. Poco dopo che l’articolo di Cheshire fu pubblicato, tuttavia, ricevette dure critiche da parte di altri studiosi, tra cui la dottoressa Lisa Fagin Davis, esperta del Voynich, e sembra che l’Università di Bristol abbia ormai cancellato le sue dichiarazioni, facendo un passo indietro.

Per mettere tutto in prospettiva, la lingua proto-romanza che Cheshire ha dichiarato essere quella con cui è stato scritto il Voynich è una lingua ricostruita dagli studiosi che dovrebbe essere l’antenata delle lingue romanze, ovvero quelle che si sono evolute dal latino volgare tra il terzo e l’ottavo secolo, Italiano incluso.

Alfabeto voynichese, immagine di Wikicommons tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Le ipotesi fantasiose non mancano, insomma, tra cui quella di un nostro connazionale, il geometra Giuseppe Bianchi che, appassionato di enigmi storici sosterrebbe che il manoscritto è una forma di proto-tipografia fatta con degli stencil, o quella decisamente più di trolliana materia che dichiara che il manoscritto è chiaramente un antico e perduto manuale di Dungeons&Dragons, il noto gioco di ruolo.

Per quanto mi riguarda la fascinazione che il manoscritto provoca in chiunque ne venga a conoscenza è in gran parte provocata da quella sensazione di essere di fronte a qualcosa di misterioso e occulto, qualcosa che forse è meglio rimanga irrisolto, anche solo per continuare ad alimentare la nostra immaginazione.

Sitografia:

Pagina Wikipedia su Wilfrid Voynich

Pagina Wikipedia su Edward Kelley

Pagina Wikipedia su John Dee

Pagina Wikipedia sul manoscritto di Voynich

Pagina Wikipedia su Ruggero Bacone

K. Knight, S. Reddy, What We Know About The Voynich Manuscript, Association for Computational Linguistics, Proceedings of the 5th ACL-HLT Workshop on Language Technology for Cultural Heritage, Social Sciences, and Humanities, pagine 78–86, Portland, OR, USA, 24/6/2011

M. A. Montemurro, D. H. Zanette, Keywords and Co-Occurrence Patterns in the Voynich Manuscript: An Information-Theoretic Analysis, Plos One, 21/6/2013

F. Knapp, Inside the Mystery of an Untranslatable 600 Year Old Book, Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities, 2/7/2020

F. Sindici, “Ho svelato la lingua segreta del manoscritto Voynich”, La Stampa, 7/4/2016 aggiornato all’8/7/2019

F. Cataluccio, Il manoscritto indecifrabile e il tafano, Il Post, 17/12/2018

V. Rita, È stato davvero decifrato il manoscritto Voynich?, Wired, 16/5/2019

E. Addley, University backtracks on disputed Voynich manuscript theory, The Guardian, 17/5/2019

Racconto: L’eremita- il disgelo

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 75

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

La solitudine di questa baita alle pendici del Plauris è un balsamo su ferite che mi hanno lacerato per troppo tempo; mi guarisce adagio in un silenzio che è sposo, amico, amante e custode. Nei miei due anni qui ho osservato le stagioni mutare attraverso il sottile vetro della finestra mentre sono rimasta congelata in un attimo eterno, nella lentezza di ogni giorno. 

Ai primi segni di freddo intenso indossavo guanti di lana e mentre i pennelli si asciugavano vicino alla stufa accesa osservavo i primi cristalli di neve scendere senza fretta. Nello sbocciare della primavera, quando ancora sentivo il bisogno del calore del legno arso, riposavo in lunghi pomeriggi assolati e raccoglievo grandi mazzi di ginestra stellata e foglie d’ortica; quando il monte diventava tiepido e clemente mi mettevo in cammino tra gli alberi fitti come una pellegrina con blocco da disegno e matite per raggiungere prati di aconito e iperico montano sotto cieli dall’azzurro sacro; e mentre le foglie dei faggi cominciavano ad arrossire riempivo il vuoto della tela tra il profumo delle castagne raccolte nel profondo del bosco e arrostite sul fuoco.

In questo placido trascorrere, in questo tempo che si dilata e si fa divinità, le uniche costanti sono il fruscio del pennello, il canto dei colori, la sfida della tela e mia sorella. 

Laura viene da me ogni sabato mattina per portarmi la spesa e assicurarsi che io stia bene. È l’unica persona con la quale abbia parlato da quando sono qui. A volte mi racconta di suo figlio, Matteo, che non ho mai visto; immagino la sua pelle come neve e i suoi pianti nubifragi. 

«Non ti piacerebbe conoscerlo, Alice?» mi chiede una mattina d’inverno. Resto in silenzio; certo che mi piacerebbe: Laura me ne ha parlato così tanto che mi sembra quasi di vederlo spalancare gli occhi alle novità di un mondo che cambia veloce con lui, uno al quale non appartengo più.

«No», mento, e me ne pento subito. «Non ancora, almeno», aggiungo per addolcire l’amaro della risposta, ma il danno è fatto. Laura se ne va senza toccare più l’argomento e mi lascia da sola con il mio rimorso.

La settimana che segue passa lenta. Non guardo l’orologio e misuro il passare del tempo in legna bruciata. Il fumo che esce quando apro lo sportello mi entra nei polmoni e mi fa lacrimare gli occhi; in cerca di aria pulita esco nella neve spessa, avvolta nella coperta più pesante che possiedo. Con i piedi bagnati nonostante le scarpe, il viso arrossato dal freddo pungente e le dita già quasi intorpidite, socchiudo gli occhi e inspiro a fondo in quella coltre gelida che tutto fa tacere. Dietro di me, nella mia piccola baita calda come il grembo di una madre, il pavimento è coperto da fogli sparsi, bozzetti di neonati a carboncino, studi sul nipote che non ho mai conosciuto e che ha suscitato in me un desiderio di contatto che non ho provato per anni.

Ascolto i brividi che hanno cominciato a scuotermi e rientro. Piego la coperta, metto le scarpe ad asciugare e mi siedo per terra davanti al fuoco tra i disegni e la mia malinconia. Sospiro e chino la testa, ormai arresa a un cambiamento che so di non poter più evitare. Il silenzio sembra approvare. È pieno inverno, ma il disgelo sta iniziando.

Racconto: L’imperatrice

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 75

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi su Behance

Non ho mai saputo come si chiamasse: per me lei è sempre stata l’Imperatrice. 

La vidi per la prima volta un mattino di fine settembre quando salii per caso su una corriera diversa dal solito. Non era passato neanche un mese dal mio ingresso al liceo; scuola, compagni, ritmi nuovi: tutto mi esaltava e intimoriva al tempo stesso e navigavo attraverso quelle acque turbolente aggrappandomi a ogni salvagente a mia disposizione. Lei, invece, non sembrava avere bisogno di nulla. Non galleggiava a stento: camminava sull’acqua. Fu per questo che non potei fare a meno di notarla. 

Era seduta in fondo alla corriera, al centro come un’imperatrice sul suo trono, e dai sedili a destra e sinistra i suoi amici si sporgevano in avanti per parlare con lei; anche se non avesse occupato il sedile più visibile da tutti, però, sarebbe stato impossibile non restare affascinati: il suo portamento, i suoi gesti, come parlava…tutto di lei sembrava dichiarare al mondo quanto fosse speciale. 

La mia adorazione crebbe giorno dopo giorno, corsa dopo corsa. Cominciai a vestirmi come lei, mi tinsi i capelli dello stesso colore, provai a indovinare quale musica ascoltasse o cosa le piacesse leggere per farlo io stessa. Non sapevo nulla di lei, che scuola frequentasse o cosa la facesse ridere o piangere; non conoscevo il suo indirizzo o quale fosse il suo colore preferito. Sapevo soltanto che veneravo la sua sicurezza innata e che mi ritrovavo sempre di più ad allenarmi davanti allo specchio per parlare o sorridere come le avevo visto fare. Capii presto che non volevo assomigliarle: volevo essere lei. Volevo essere l’Imperatrice. 

Forse per questo sua sparizione improvvisa fu come un pugno allo stomaco: era il primo giorno di scuola del mio secondo anno e avevo atteso tutta l’estate, scalpitando, di vederla di nuovo. Volevo che mi notasse. 

Quella mattina mi alzai prestissimo. Osservai allo specchio il mio riflesso, ormai così simile a lei, con la certezza che saremmo diventate grandi amiche. Mi immaginai seduta alla sua destra mentre mi confessava quanto fosse felice di aver trovato qualcuno che finalmente riusciva a capirla e sorrisi, soddisfatta.

Scelsi con cura i miei vestiti e controllai mille volte gli orari delle corse. Alla fermata non riuscivo a stare ferma, sentivo le dita informicolate dall’ansia. Quando la corriera arrivò salii i gradini, guardai in direzione del sedile che era sempre stato dell’Imperatrice e lo trovai vuoto. 

Mi sedetti al mio solito posto sentendomi confusa. Mi dissi che era un caso e che stava saltando il primo giorno con i suoi amici ma mancò anche il secondo giorno, il terzo, e il resto della prima settimana di scuola. A metà della seconda dovetti fare i conti con la brutale verità: non sarebbe tornata. 

Ritornata da scuola mi chiusi in camera e piansi prendendo a pugni il letto. Restai sveglia tutta la notte senza riuscire a spiegarmi come mi avesse potuto abbandonare. E poi, in un lampo di genio, capii. Non mi aveva lasciata, tutt’altro.

La mattina del terzo lunedì di scuola scostai i capelli dal viso e mi sistemai la camicetta prima di salire sulla corriera. Attraversai il corridoio sentendo gli occhi di tutti puntati su di me. Anche loro sapevano, anche loro capivano.

Mi sedetti sul trono mentre un brivido d’eccitazione mi attraversava la schiena: finalmente avevo ciò che mi spettava di diritto. Da lì potevo vedere tutta la corriera ai miei piedi, non avevo mai sentito un potere così inebriante. Soppressi un risolino: era così che si doveva essere sentita, indistruttibile. Respirai a fondo, le mani rilassate.

«L’Imperatrice è morta», sussurrai mentre raddrizzavo la schiena e piegavo le labbra in un sorriso sbieco. «Viva l’Imperatrice.»