Consigli per dividere la fase di bozza da quella di revisione

Consigli, Q&A, Scrittura

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Dopo aver pubblicato l’articolo precedente a questo (quello sulla necessità di separare fase di bozza e di revisione) diverse persone mi hanno scritto su Instagram dicendomi che anche loro usavano quel “metodo” con scarsi risultati. Non sono mancate richieste di consigli per superare lo scoglio iniziale e riuscire ad abbandonare questa abitudine dannosa. In particolare mi ha colpito la richiesta di Agata, che riporto qui con il suo permesso:

Ho letto il tuo articolo (mi è piaciuto molto, è interessante), ma spesso mi sento costretta a rileggere perché ho paura di scrivere controsensi e il mio perfezionismo non mi consente di “chiudere un occhio” aspettando la fase di revisione…hai consigli per me? -Agata @lespinediagata

Ho voluto scrivere un articolo qui sul blog perché sono convinta che le dritte che sto per condividere, e che ho testato su me stessa, possano davvero essere di beneficio ad altre persone per superare il metodo del “leggi-e-correggi” (ti piace? Ho coniato il termine proprio ora).

I consigli che posso dare sono di due categorie: la prima contiene dritte facili e veloci da applicare; nella seconda categoria, invece, tocchiamo argomenti più profondi e andiamo alla radice di tale abitudine.

CATEGORIA 1

Ho trovato efficace tenere un quadernetto apposito per segnare eventuali errori, incongruenze e modifiche dei quali mi accorgo man mano che vado avanti con la bozza; mi segno la pagina e la correzione che voglio fare e vado avanti a scrivere un po’ più tranquilla.

Attenzione: rileggere non è una cosa da evitare di per sé!

A volte può essere necessario se magari non riusciamo a scrivere ogni giorno o se, come me, hai la memoria di un criceto: si rileggono alcune delle frasi o righe precedenti per riprendere il filo. Il comportamento da correggere è, piuttosto, la percepita necessità di dover modificare tutto subito; rileggere senza farlo richiederà, specialmente all’inizio, una grande forza di volontà; per questo motivo può essere una buona idea premiarsi in qualche modo. Sto per fare un esempio che forse potrà sembrare irrilevante, ma reggimi il gioco: prometto che ne varrà la pena.

Quando il mio compagno e io abbiamo preso Zelda, la nostra golden retriever, eravamo d’accordo di iniziare a educarla fin da piccolissima: seduta, terra, eccetera. Beh, abbiamo capito subito quanto lei sia motivata dal cibo: farebbe di tutto per un croccantino o per un pezzetto di frutta. Per insegnarle i comandi abbiamo quindi sfruttato questo suo “punto debole”: quando eseguiva il comando le davamo un premietto, che doveva dare un’immediata sensazione di piacere; per capirci, una ciotola piena di pezzetti d’anguria, per quanto gustosi, non poteva andare bene visto che avrebbe dovuto impiegare un po’ di tempo a mangiarla, mentre un biscottino piccolo masticabile in qualche secondo sì. Quello che stavamo facendo era condizionarla ad associare il piacere al comando imparato.

Forse avrai capito cosa sto cercando di dire: questa tecnica funziona anche per noi esseri umani, e se sfruttata nelle modalità esatte che ho elencato (premio che dà piacere e che può essere consumato in poco tempo, subito appena dopo aver fatto l’azione desiderata) può essere uno strumento efficace per darsi un’ulteriore spinta nella giusta direzione. Non dev’essere cibo per forza, eh! La natura del premio sta a te, basta che abbia le caratteristiche necessarie per motivarti e condizionarti ad associare la rilettura senza modifiche a qualcosa che porta piacere, qualcosa di “buono” da continuare a fare.

Un’altra cosa che può aiutare è tenere un quaderno (sì, sto nutrendo la tua ossessione per la cartoleria e non me ne pento nemmeno un pochino) con le informazioni che vengono fuori man mano che scrivi, in modo da poterle consultare in ogni momento; questa è una dritta che vale per chiunque, che tu sia unə plotter selvaggiə come me che adoro organizzare tutto in scalette e grafici o che tu sia unə pantzer e quindi preferisca seguire l’istinto.

Tenere conto di nomi, luoghi, informazioni e dettagli utili a parte, in modo che siano accessibili in modo facile e veloce, ti risparmia la preoccupazione di aver dimenticato qualcosa o di non essere coerente con la storia e i personaggi, e alla lunga può anche aiutare a eliminare la tentazione di ricadere in vecchie abitudini.

CATEGORIA 2

Per quanto possano essere utili i consigli precedenti credo davvero che la cosa migliore sia sempre andare al cuore delle cose, per capirne le radici e riuscire quindi a estirparle in modo davvero efficace. Per farlo, però, bisogna scavare a fondo, e non sempre è facile o fattibile per diversi motivi.

In ogni caso siamo tuttə d’accordo, credo, che la percepita necessità di dover correggere e modificare man mano che si trovano gli errori sia un prodotto del perfezionismo.

Quindi cosa spinge così tantə scrittorə, te compresə, a cadere nella trappola del leggi-e-correggi invece di andare avanti? E da dove viene la convinzione che dobbiamo essere perfettə per poter scrivere?

Vediamo alcuni esempi:

  1. è possibile che parte del nostro perfezionismo derivi da un sentimento di inferiorità (“Non sono unə scrittorə! Non sono degnə di chiamarmi in questo modo perché lə scrittorə verə sono divinità irraggiungibili e io non potrò mai essere al loro livello!”);
  2. magari, invece, scrivere per noi è sempre stato un sogno e quindi ogni parola la vediamo come essenziale per il nostro successo (“Oh no, ho messo una virgola invece che un punto, e in quella frase mi è persino scappato un avverbio! La mia carriera è finita prima ancora di cominciare!”);
  3. forse in fondo in fondo non crediamo di essere capaci di scrivere qualcosa di buono e abbiamo quindi paura del giudizio altrui (“Scrivo solo cagate pazzesche che di sicuro nessunə vorrà mai leggere!”).
  4. Oppure la motivazione profonda del nostro perfezionismo si trova altrove.

La cosa importante, qui, è riconoscere il nucleo, l’essenza più pura e decostruirla, e trovare le contromisure adatte, che possono variare da persona a persona.

La contromisura che preferisco, qualsiasi sia la sorgente dalla quale sgorgano le mie insicurezze, è personificare il nucleo del mio perfezionismo nella più petulante persona alla quale riesco a pensare, ascoltarla dire ciò di cui ho più paura e poi…farle il verso. Sì, hai letto bene.

“Non sei e non sarai mai degna di chiamarti scrittrice”, dice con la voce più fastidiosa al mondo, e io tiro fuori la lingua e ripeto: “nOn SeI e nOn sARaI mAi DEgnA di CHiaMarTi SCritTriCe”. Magari le faccio anche uno specchio riflesso faccia da cesso, che non guasta mai.

Sì, hai l’autorizzazione a immaginarmi mentre lo faccio e sì, puoi anche usare la tua fantasia per vedere questa frase citata nel titolo di un articolo di giornale a caratteri cubitali: “‘Faccio il verso e dico che è una faccia da cesso alla mia insicurezza’, dice Giulia Peruzzi, 33 anni”. Io nel frattempo rido, perché sarebbe un articolo fantastico.

Per quanto infantile o ridicolo possa sembrare, comunque, questa tecnica ha fondamenta solide: ridicolizzando frasi simili ne ridicolizziamo anche il significato, sminuendolo, e ci permettiamo di liberarci dal loro giogo. Se ci provi la prossima volta non esitare a dirmelo- mi fa sempre piacere sapere di non essere la sola a fare facce strane per combattere il perfezionismo!

Se non è il tuo stile, invece, prova questo: chiudi gli occhi, fai un grosso respiro e prova a immaginare il tuo perfezionismo personificato, magari in una persona che disprezzi; quando avrai la sua figura chiara in tutti i dettagli puoi cominciare a rimpicciolirla sempre di più e a togliere saturazione in modo che diventi in bianco e nero. Come ti fa sentire vederla così lontana, tanto quasi da non riuscirla a vedere, e come se fosse uscita da un film anni ‘20? Ti sembra che il suo potere su di te possa essere lo stesso di prima? Questo esercizio è ripetibile quante volte vuoi ed è semplicissimo; magari puoi pensare di svolgerlo poco prima di metterti alla tastiera.

Che tu metta in atto anche solo uno di questi consigli o tutti, spero ti siano stati d’aiuto. Fammelo sapere nei commenti o con un dm su Instagram e ricordati di iscriverti al blog per ricevere altri post come questo direttamente nella tua casella di posta elettronica: trovi come fare nella home.

Infine ricorda: lotta contro al perfezionismo e dì NO al leggi-e-correggi! (Se l’hai letto come se fosse una pubblicità cringe contro la droga siamo automaticamente amicə.)

Alla prossima!

Perché è fondamentale dividere le fasi di bozza e di editing?

Consigli, Scrittura

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Se potessi ritornare indietro nel tempo e dare dei consigli di scrittura alla me stessa di dieci o quindici anni fa, uno dei più importanti sarebbe quello di dividere la fase di bozza da quelle di riscrittura, revisione ed editing: è una delle cose che ho imparato con l’esperienza, che vorrei gridare dai tetti e che ha drasticamente cambiato il modo con cui mi avvicino alla tastiera.

“Beh, mi pare scontato dividere le fasi”, dirai tu, ma non lo è affatto. Non hai idea di quanti scrittorə e aspirantə commettono ancora quello che ormai considero un errore: editare in fase di bozza. Dai, sai benissimo a cosa mi riferisco; chi non ha avuto la tentazione, al momento di mettersi a scrivere, di leggere qualche riga o paragrafo indietro e cambiare quella virgola, aggiustare un refuso o modificare frasi intere?

Se ti stai chiedendo cosa ci sia di male, ti prego di pensarci bene: spesso il tempo a nostra disposizione per scrivere è minimo, ritagliato tra impegni familiari, di lavoro o di studio; se usiamo anche quel poco tempo per ritornare indietro invece che andare avanti…beh, capirai dove sto andando a parare.

Uno dei “detti” che preferisco sul mondo della scrittura è questo, parafrasato: puoi sempre modificare e perfezionare qualcosa che hai scritto in precedenza, ma se non scrivi nulla di nuovo non solo non ci sarà nulla da perfezionare, ma non andrai mai avanti.

Come ti accennavo prima io stessa lavoravo così, ritornando a cesellare un testo che mai avrei finito, e ti confesso che mentre usavo questo “metodo” non ho mai combinato nulla. 

Nel momento in cui mi sono concessa di ignorare i refusi e la punteggiatura da migliorare, insomma quando mi sono concessa di non essere sempre dannatamente perfetta…ecco, è allora che ho iniziato a volare: come mi sono resa conto in seguito, l’idea di non poter lasciare qualche errore nella bozza era un’ancora pesantissima che mi teneva a terra. È per questo motivo che ritengo questo “metodo” controproducente: sono una forte sostenitrice dell’idea che non ci sia un solo modo giusto per scrivere un romanzo, ma ti posso dire che uno sbagliato c’è, ed è quello di cui ti ho appena raccontato.

So che “sbagliato” è un aggettivo pesante, e non l’ho usato a sproposito. Come ti ha fatto sentire leggendolo? Hai provato fastidio o disagio? Hai avuto la tentazione di scrivere un commento con parole altrettanto forti in risposta? Se sì vorrei rassicurarti: ciò che stai provando è legittimo; anzi, ti dirò di più: avrei provato le stesse identiche sensazioni anni fa, e il motivo era ovviamente che mi sarei sentita punta nel vivo.

Avrei di sicuro pensato qualcosa tipo “ma come si permette questa di dirmi che sto sbagliando? Chi si crede di essere?” e probabilmente avrei avuto ragione; in fondo non sono nessuno se non una persona che ha continuato per anni su quella strada e che fintanto che l’ha percorsa non ha combinato nulla, ma che ha imparato dai suoi errori e, in virtù di questa nuova consapevolezza, ha deciso di spargere la voce per tendere una mano verso chiunque sia nella stessa situazione nella quale si trovava.

Ti invito quindi a farti alcune domande: che cosa esattamente di questo articolo, o dell’uso di certi aggettivi, mi ha infastidito di più? E perché? Da dove viene quel fastidio? Come posso porvi rimedio in modi che mi siano utili per evolvere come scrittorə?

Vorrei concludere con una riflessione che, per quanto potrebbe sembrare banale, è importante da tenere sempre a mente: nessuno dei libri che hai in libreria è nato nella sua forma finale, ovvero quella che puoi leggere sfogliando le sue pagine. NESSUNO. E questo è perché nessunə scrittorə è infallibile, e di conseguenza nessuna prima bozza lo è. No, nemmeno quella de “Il racconto dell’ancella” o di “It”.

Quindi, se persino nelle bozze di Atwood e King si trovano errori e imperfezioni, direi che puoi permetterti di lasciarli nella tua, per poi correggerli in un secondo momento quando farai la revisione e l’editing.

Direi che potremmo anche formare un sindacato per la difesa delle imperfezioni, che ne dici? Perché, ricordatelo, dopo che hai finito di abbozzare il tuo romanzo ci sarà tutto il tempo del mondo per modificare qualsiasi minuzia desidererai; ma quella è una storia per un altro giorno. Nel frattempo alziamo le penne o le tastiere e terminiamo la bozza del nostro romanzo! Senza ritornare indietro, s’intende.