Tu chiedi, Giulia Risponde: episodio 1

Consigli, Q&A, Scrittura

Tempo di lettura: 7 minuti 69

Tu chiedi, Giulia risponde è la nuova rubrica di “posta della mente” per scrittorə in cerca di consigli empatici, onesti e collaudati.

Immagine di Joey Guidone, parte del progetto Being a Writer su Behance

Oggi inauguriamo una nuova rubrica qui sul blog: “Tu chiedi, Giulia risponde”.

Come forse sai una delle cose in cui credo è la solidarietà e la vicinanza tra noi che scriviamo e che abbiamo grandi sogni; a volte vedo molta competizione tossica nel nostro ambiente, una piaga che possiamo debellare supportandoci a vicenda e condividendo le nostre conoscenze con generosità.

Non fraintendermi, anch’io un tempo conservavo gelosamente ciò che avevo imparato; pensavo: “mi sono fatta il culo per studiare questo manuale/seguire questo corso/capire questa cosa da sola, perché dovrei regalare ciò che ho imparato così, senza nulla in cambio?”

Ecco, lascia che me lo dica da sola: avevo una mentalità povera e arida. Non avevo ancora compreso che sì, molte cose si possono apprendere da sola, ma la possibilità di confrontarsi con altre persone che sono nella nostra stessa situazione ci arricchisce in modi che non potremmo mai immaginare in solitudine.

Non avevo ancora compreso che, anche se passo quella conoscenza a un’altra persona, essa non mi viene magicamente estratta; anzi, la soddisfazione e la gioia di aver condiviso qualcosa di così prezioso è immensa. Non avevo ancora capito che questa non è una gara nella quale sono avvantaggiata se nascondo informazioni vitali, tenendole solo per me.

Una mentalità simile mi danneggiava invece che aiutarmi, l’ho capito man mano che provavo con timidezza ad aprire la mia porta a un modo nuovo di vivere la scrittura: un modo comunicativo in cui la generosità e l’empatia fanno da sovrane. Perché, ricordatelo, siamo tuttə solo delle persone che vivono nella loro fantasia e che trascrivono le immagini che si affollano nelle loro menti davanti a una tastiera. Se c’è una lotta, è con noi stessə: ci mettiamo alla prova ogni volta che ci troviamo davanti a una pagina bianca. E avere un po’ di sostegno da persone che quella lotta la conoscono bene non può che essere positivo.

Ora, senza indugi, passiamo alla domanda che apre questa nuova rubrica!

Ciao Giulia, grazie per i tuoi consigli! In questi giorni ho avuto molte idee per pensare all’organizzazione di un mondo magico e ne sono davvero emozionata, il problema è che non riesco ad adattarlo a una trama. Insomma, per una volta che ho carta bianca non mi viene in mente nulla, e quelle poche cose che mi vengono in mente sembrano mal funzionanti. Hai qualche dritta per superare questa sorta di blocco? Non mi era mai capitato prima, è come avere tra le mani qualcosa di bello senza sapere che farne. -Michela @16micb

Innanzitutto grazie di questa domanda, Michela, perché mi dà l’occasione di parlare di due temi importanti:

  1. L’importanza di unire worldbuilding a trama e personaggi
  2. Come far crescere le idee

UNIRE WORLDBUILDING A TRAMA E PERSONAGGI

Ti è mai capitato di leggere un libro ambientato in un mondo favoloso, dettagliato e credibile al punto da volerci vivere (o, almeno, poterlo visitare)…ma al tempo stesso trovare una trama banale o poco appassionante e personaggi piatti e noiosi? Di solito libri del genere non ci lasciano molto se non una frustrazione di fondo, che a volte ci fa pensare “quanto sarebbe stato bello se solo…”.

Il rischio di suscitare reazioni simili nel lettorə è molto alto se si parte da un elemento di worldbuilding come il sistema magico e non si riesce a sviluppare attorno tutto il resto.

Io la vedo così: ci sono tre macro aree importanti quando si vuole scrivere un romanzo, ovvero worldbuilding, trama e personaggi; di solito la frustrazione che ho descritto sopra si trova quando questi tre elementi non sono in equilibrio, ovvero quando una o due di esse sono sacrificate in favore della terza.

Attenzione: non è sempre così. Ci sono dei romanzi validi e meravigliosi che si basano sui personaggi e che presentano un’ambientazione solo abbozzata e una trama non molto significativa. Per riuscire nell’impresa senza frustrare lə lettorə, però, bisogna avere una tecnica invidiabile ed essere l’eccezione che conferma la “regola”.

Un buon obiettivo per il nostro romanzo, quindi, può essere quello di farlo nascere con un equilibrio tra queste macro-aree, e questo si può fare solo legando tutto assieme.

Non importa da dove si parte; in questo caso stiamo partendo da un elemento di worldbuilding, ma potrebbe essere anche da un personaggio o da qualche idea di trama. La cosa importante è cominciare a farci delle domande a riguardo.

Mettiamo che mi sia venuto in mente un sistema magico interessante e che io voglia partire da lì. Mi serve quindi un personaggio che senta gli effetti (diretti o indiretti) di questa magia, e poi dovrò pensare all’azione a cui assisteremo man mano che andiamo avanti con la storia.

Passiamo all’esempio concreto, ovvero come farei io:

Il mondo di Mitol è da sempre preda di tempeste elettriche violentissime che ciclicamente si abbattono sulla terra. In qualche modo la vita è riuscita a prosperare e si è adattata a queste condizioni estreme, reagendo e trovando il modo, attraverso millenni di evoluzione, di prevedere le tempeste e riuscire a domarle in una certa quantità. Tale evoluzione si trova in un gene condiviso solamente da certi individui, che vengono venerati come divinità fin dall’infanzia e che di conseguenza detengono il potere sociale e politico.

Tutto molto bello fin qui, ma senza un personaggio che viva in questo mondo e senza una serie di azioni che porteranno il cambiamento abbiamo solo un diorama che, nonostante possa essere carino da guardare, è vuoto e sterile.

Per il personaggio abbiamo diverse scelte: può essere parte della casta di domatori delle tempeste che scopre che su Mitol si sta per abbattere un uragano elettrico che ha il potenziale di spazzare via la loro civiltà intera (questa è l’opzione forse più scontata); oppure lə nostrə protagonistə ha servito la casta per anni e, stufə di sopportare di essere trattatə come una pezza al piede, decide finalmente di ribellarsi e di sterminare i domatori; può essere qualcunə che ha trovato un modo per domare le tempeste attraverso la scienza, minacciando così lo strapotere della casta.

Queste sono solo alcune delle possibilità, e come vedi sono tutte legate al mondo e al sistema magico. La domanda qui che ho continuato a farmi mentre pensavo a questi tre esempi è: come è influenzata la società di Mitol dalle condizioni particolari di tale ambientazione? E che personaggio sarebbe interessante seguire all’interno di questo mondo? Non una panettiera, magari…o magari anche no, dipende: magari quella panettiera è una domatrice di tempeste incredibile e capendolo i suoi genitori l’hanno nascosta dalla casta per permetterle di vivere la sua vita in modo tranquillo…fino a quando succede qualcosa che rompe la sua quotidianità. Capisci cosa intendo, no?

Infine arriviamo alla trama, ovvero la una sequenza di azioni e di fatti che porteranno a un cambiamento (solo dellə nostrə protagonista, oppure di un gruppo di persone o ancora di tutta la società o tutto il mondo, siamo noi a deciderne la scala).

Ritornando alle tre possibilità che ho elencato, mettiamo che scegliamo lə scienziatə e partiamo da qui: scopre un modo per dominare le tempeste senza bisogno della casta dei domatori. Qual è la posta in gioco? Potenzialmente, la rottura di equilibri politici e sociali centenari che farebbe incazzare parecchie persone. La vita dellə nostrə scienziatə sarebbe, quindi, in pericolo. Basta anche solo questo per dare il via alla vicenda: abbiamo automaticamente la rottura della situazione “neutra” iniziale (se seguiamo le fasi del viaggio dell’eroe questa rottura sarebbe la chiamata e la situazione neutra il mondo ordinario), e abbiamo degli antagonisti (coloro che vogliono, banalmente, opporsi a tutto ciò che la scoperta dellə scienziatə rappresenterebbe).

Boom baow, that’s how you fix that: abbiamo unito worldbuilding, personaggi e trama.

COME FAR CRESCERE LE IDEE

Passiamo ora alla parte più importante della domanda, quella sull’idea. Mi ha colpito in particolare questa frase: “per una volta che ho carta bianca non mi viene in mente nulla”, che secondo me riassume molto bene questo tipo particolare di blocco. È quella resistenza che troviamo quando abbiamo infinite possibilità e restiamo così paralizzatə davanti a tale possibile abbondanza che succede esattamente il contrario, ovvero che non ci viene in mente proprio niente.

Per superare questo tipo di blocco specifico a volte basta fare qualcosa che sembra controproducente (ma non lo è), ovvero mettere dei paletti alla nostra creatività, proprio perché essa lavora al suo meglio all’interno di parametri chiusi; mettiti dei limiti e vedrai che li supererai.

Esempio concreto: ho in mente il mondo di Mitos e il suo sistema magico, ma ho zero idee su possibili personaggi e su trama; in questo caso una buona idea è appunto restringere il campo. Invece di pensare a mille cose contemporaneamente decidiamo di concentrarci solo su di una, per esempio su come il sistema magico influenza la vita di ogni giorno, partendo dal basso, dalle cose che possono sembrare banali: magari scavando ci verrà in mente questa panettiera che in realtà non è una semplice panettiera.

Ho un altro consiglio importante per te: per quanto banale possa sembrare, dai tempo e spazio a questa idea. A volte ci pensiamo senza sosta e ci scervelliamo, stressandoci, mentre stiamo facendo il contrario di ciò che ci servirebbe: lasciare che quell’idea evolva e trovi il suo posto naturalmente. Quindi datti tempo e dei modi per togliere la pressione.

A volte quando sentiamo che un’idea è “quella giusta” pensiamo che tutto il resto debba per forza essere perfetto e altrettanto “giusto”, e senza saperlo ci togliamo il piacere di sperimentare, di trovare strade che non portano a nulla senza pressione. Ma il nucleo di quell’idea resterà lì per te, disponibile, anche se esplorerai sentieri che non sono quelli che valorizzerebbero l’idea al massimo. Quindi sperimenta, percorri strade anche se poi si riveleranno un buco nell’acqua e permetti alla tua idea di crescere ed espandersi proprio grazie a questi tentativi.

Come al solito mi fa un enorme piacere sapere come ti è sembrato questo articolo e se ti è stato utile: fammi sapere la tua opinione con un commento o un messaggio su Instagram!

Spero di averti dato degli spunti interessanti, in bocca al lupo e alla prossima.

RACCONTO: GLI AMANTI

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 3 min 17

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse. Buona lettura e non dimenticare di lasciarmi un commento per un feedback!

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

In un mondo dove le anime gemelle si riescono a riconoscere anche solo incrociandosi, tu sei sola. Ci sono persone con le quali dividevi un’asettica aula di scuola base che da piccole avevano già tre o quattro connessi, partner per la vita; hanno tentato di spiegartelo negli anni, spinte da un desiderio viscerale di affermazione della propria precoce supremazia o convinte di aiutarti così a capire se fosse già successo quando eri distratta.

Ti hanno detto che non è qualcosa che si può descrivere davvero, ma ci hanno provato comunque per il tuo bene: in città hai più possibilità di successo; se puoi, viaggia ed esplora il più possibile; recati nei luoghi dove la gente si ammassa, ebbra di vita e di amore; così avrai più chance. E quando succederà…te ne accorgerai. Sentirai il tuo cuore che comincia a battere in un ritmo che non è il tuo e saprai. Saprai che si è sincronizzato e connesso con un altro, o altri cuori. E girandoti attorno, come in uno di quei film prima del vaccino A03-MR contro la solitudine, sentirai il tempo che si ferma e tutto attorno a te che perde fuoco tranne le persone alle quali appartengono quei cuori. In un istante saprai che la tua vita ha finalmente acquisito un senso e un ordine naturale. 

Hai sentito questa storiella così tante volte che ormai quando qualcuno attacca a raccontartela stacchi il cervello e lasci che si sbrodolino, loro e quel club nel quale non sei mai riuscita ad entrare, loro e gli sguardi complici che si scambiano. Un tempo ti davano fastidio; non capivi perché tutti avessero qualcuno e tu stessi man mano rimanendo l’unica senza partner nella tua cerchia di conoscenze. I tuoi genitori e i loro altri connessi, preoccupati che a una certa età tu non avessi ancora stabilito un legame, ti hanno iscritta a circoli per i “senza amore”, quelli dove ti obbligano a stare in una stanza piena di gente come te che tenta di mascherare la disperazione presentandosi a più persone possibili e consumando la loro dose annuale di speranza; poi, quando hanno visto che gli incontri non funzionavano, ti hanno voluta mandare in giro per il mondo come ultima risorsa, spendendo anche denaro che non avevano.

Tu hai accettato: hai sempre amato misurare nuove strade con i tuoi passi; non hai trovato connessioni, ma hai mangiato cibi dai sapori sconosciuti e hai guarito parti di te che non pensavi fossero ferite; sei tornata a casa sola com’eri partita ma hai accolto filosofie antiche, hai osservato gente di qualsiasi etnia e cultura vivere le loro vite così uguali e diverse dalla tua; hai sfiorato le pietre di edifici millenari, hai cantato fino a farti venire il mal di gola durante concerti in stadi straripanti e sei scivolata lungo piste da sci ridendo dopo inevitabili scontri con sconosciuti dalle guance rosse; hai preso il sole nuda sulla sabbia bianca senza timore di incrociare gli sguardi delle altre persone spogliate come te dei loro indumenti e di inutili vergogne; hai cenato in alti grattacieli, tamponando il tuo rossetto con tovaglioli candidi tra una portata e l’altra; ti sei asciugata il sudore con la mano mentre facevi il tifo dalla curva per una squadra di cui non avevi mai sentito parlare prima; ti sei infiltrata in parate arcobaleno che celebrano il romanticismo senza limiti, tu che l’amore lo senti per tutto ma che sei chiamata “senza amore”; hai marciato in protesta assieme a persone come te, che rivendicavano la dignità e la felicità rivoluzionaria di una vita senza connessi.

Quando dopo anni di viaggi sei tornata dai tuoi famigliari non più una ragazza ma una donna, loro non ti hanno chiesto come quelle esperienze ti avessero arricchito e cambiata ma hanno scosso la testa nella loro limitatezza, delusi da qualcosa che credevano fosse una mancanza. Non ti sei lasciata influenzare: avevi già capito che non sanno e non possono comprendere; così, quando continueranno a sbrodolarsi tentando di aggiustare qualcosa che non è mai stato rotto, tu terrai stretto ciò che hai imparato e continuerai, rigettando il bisogno di giustificarti, a vivere la tua vita come una “senza amore” che ama con intensità.

Consigli per dividere la fase di bozza da quella di revisione

Consigli, Q&A, Scrittura

Tempo di lettura: 6 min 25

Dopo aver pubblicato l’articolo precedente a questo (quello sulla necessità di separare fase di bozza e di revisione) diverse persone mi hanno scritto su Instagram dicendomi che anche loro usavano quel “metodo” con scarsi risultati. Non sono mancate richieste di consigli per superare lo scoglio iniziale e riuscire ad abbandonare questa abitudine dannosa. In particolare mi ha colpito la richiesta di Agata, che riporto qui con il suo permesso:

Ho letto il tuo articolo (mi è piaciuto molto, è interessante), ma spesso mi sento costretta a rileggere perché ho paura di scrivere controsensi e il mio perfezionismo non mi consente di “chiudere un occhio” aspettando la fase di revisione…hai consigli per me? -Agata @lespinediagata

Ho voluto scrivere un articolo qui sul blog perché sono convinta che le dritte che sto per condividere, e che ho testato su me stessa, possano davvero essere di beneficio ad altre persone per superare il metodo del “leggi-e-correggi” (ti piace? Ho coniato il termine proprio ora).

I consigli che posso dare sono di due categorie: la prima contiene dritte facili e veloci da applicare; nella seconda categoria, invece, tocchiamo argomenti più profondi e andiamo alla radice di tale abitudine.

CATEGORIA 1

Ho trovato efficace tenere un quadernetto apposito per segnare eventuali errori, incongruenze e modifiche dei quali mi accorgo man mano che vado avanti con la bozza; mi segno la pagina e la correzione che voglio fare e vado avanti a scrivere un po’ più tranquilla.

Attenzione: rileggere non è una cosa da evitare di per sé!

A volte può essere necessario se magari non riusciamo a scrivere ogni giorno o se, come me, hai la memoria di un criceto: si rileggono alcune delle frasi o righe precedenti per riprendere il filo. Il comportamento da correggere è, piuttosto, la percepita necessità di dover modificare tutto subito; rileggere senza farlo richiederà, specialmente all’inizio, una grande forza di volontà; per questo motivo può essere una buona idea premiarsi in qualche modo. Sto per fare un esempio che forse potrà sembrare irrilevante, ma reggimi il gioco: prometto che ne varrà la pena.

Quando il mio compagno e io abbiamo preso Zelda, la nostra golden retriever, eravamo d’accordo di iniziare a educarla fin da piccolissima: seduta, terra, eccetera. Beh, abbiamo capito subito quanto lei sia motivata dal cibo: farebbe di tutto per un croccantino o per un pezzetto di frutta. Per insegnarle i comandi abbiamo quindi sfruttato questo suo “punto debole”: quando eseguiva il comando le davamo un premietto, che doveva dare un’immediata sensazione di piacere; per capirci, una ciotola piena di pezzetti d’anguria, per quanto gustosi, non poteva andare bene visto che avrebbe dovuto impiegare un po’ di tempo a mangiarla, mentre un biscottino piccolo masticabile in qualche secondo sì. Quello che stavamo facendo era condizionarla ad associare il piacere al comando imparato.

Forse avrai capito cosa sto cercando di dire: questa tecnica funziona anche per noi esseri umani, e se sfruttata nelle modalità esatte che ho elencato (premio che dà piacere e che può essere consumato in poco tempo, subito appena dopo aver fatto l’azione desiderata) può essere uno strumento efficace per darsi un’ulteriore spinta nella giusta direzione. Non dev’essere cibo per forza, eh! La natura del premio sta a te, basta che abbia le caratteristiche necessarie per motivarti e condizionarti ad associare la rilettura senza modifiche a qualcosa che porta piacere, qualcosa di “buono” da continuare a fare.

Un’altra cosa che può aiutare è tenere un quaderno (sì, sto nutrendo la tua ossessione per la cartoleria e non me ne pento nemmeno un pochino) con le informazioni che vengono fuori man mano che scrivi, in modo da poterle consultare in ogni momento; questa è una dritta che vale per chiunque, che tu sia unə plotter selvaggiə come me che adoro organizzare tutto in scalette e grafici o che tu sia unə pantzer e quindi preferisca seguire l’istinto.

Tenere conto di nomi, luoghi, informazioni e dettagli utili a parte, in modo che siano accessibili in modo facile e veloce, ti risparmia la preoccupazione di aver dimenticato qualcosa o di non essere coerente con la storia e i personaggi, e alla lunga può anche aiutare a eliminare la tentazione di ricadere in vecchie abitudini.

CATEGORIA 2

Per quanto possano essere utili i consigli precedenti credo davvero che la cosa migliore sia sempre andare al cuore delle cose, per capirne le radici e riuscire quindi a estirparle in modo davvero efficace. Per farlo, però, bisogna scavare a fondo, e non sempre è facile o fattibile per diversi motivi.

In ogni caso siamo tuttə d’accordo, credo, che la percepita necessità di dover correggere e modificare man mano che si trovano gli errori sia un prodotto del perfezionismo.

Quindi cosa spinge così tantə scrittorə, te compresə, a cadere nella trappola del leggi-e-correggi invece di andare avanti? E da dove viene la convinzione che dobbiamo essere perfettə per poter scrivere?

Vediamo alcuni esempi:

  1. è possibile che parte del nostro perfezionismo derivi da un sentimento di inferiorità (“Non sono unə scrittorə! Non sono degnə di chiamarmi in questo modo perché lə scrittorə verə sono divinità irraggiungibili e io non potrò mai essere al loro livello!”);
  2. magari, invece, scrivere per noi è sempre stato un sogno e quindi ogni parola la vediamo come essenziale per il nostro successo (“Oh no, ho messo una virgola invece che un punto, e in quella frase mi è persino scappato un avverbio! La mia carriera è finita prima ancora di cominciare!”);
  3. forse in fondo in fondo non crediamo di essere capaci di scrivere qualcosa di buono e abbiamo quindi paura del giudizio altrui (“Scrivo solo cagate pazzesche che di sicuro nessunə vorrà mai leggere!”).
  4. Oppure la motivazione profonda del nostro perfezionismo si trova altrove.

La cosa importante, qui, è riconoscere il nucleo, l’essenza più pura e decostruirla, e trovare le contromisure adatte, che possono variare da persona a persona.

La contromisura che preferisco, qualsiasi sia la sorgente dalla quale sgorgano le mie insicurezze, è personificare il nucleo del mio perfezionismo nella più petulante persona alla quale riesco a pensare, ascoltarla dire ciò di cui ho più paura e poi…farle il verso. Sì, hai letto bene.

“Non sei e non sarai mai degna di chiamarti scrittrice”, dice con la voce più fastidiosa al mondo, e io tiro fuori la lingua e ripeto: “nOn SeI e nOn sARaI mAi DEgnA di CHiaMarTi SCritTriCe”. Magari le faccio anche uno specchio riflesso faccia da cesso, che non guasta mai.

Sì, hai l’autorizzazione a immaginarmi mentre lo faccio e sì, puoi anche usare la tua fantasia per vedere questa frase citata nel titolo di un articolo di giornale a caratteri cubitali: “‘Faccio il verso e dico che è una faccia da cesso alla mia insicurezza’, dice Giulia Peruzzi, 33 anni”. Io nel frattempo rido, perché sarebbe un articolo fantastico.

Per quanto infantile o ridicolo possa sembrare, comunque, questa tecnica ha fondamenta solide: ridicolizzando frasi simili ne ridicolizziamo anche il significato, sminuendolo, e ci permettiamo di liberarci dal loro giogo. Se ci provi la prossima volta non esitare a dirmelo- mi fa sempre piacere sapere di non essere la sola a fare facce strane per combattere il perfezionismo!

Se non è il tuo stile, invece, prova questo: chiudi gli occhi, fai un grosso respiro e prova a immaginare il tuo perfezionismo personificato, magari in una persona che disprezzi; quando avrai la sua figura chiara in tutti i dettagli puoi cominciare a rimpicciolirla sempre di più e a togliere saturazione in modo che diventi in bianco e nero. Come ti fa sentire vederla così lontana, tanto quasi da non riuscirla a vedere, e come se fosse uscita da un film anni ‘20? Ti sembra che il suo potere su di te possa essere lo stesso di prima? Questo esercizio è ripetibile quante volte vuoi ed è semplicissimo; magari puoi pensare di svolgerlo poco prima di metterti alla tastiera.

Che tu metta in atto anche solo uno di questi consigli o tutti, spero ti siano stati d’aiuto. Fammelo sapere nei commenti o con un dm su Instagram e ricordati di iscriverti al blog per ricevere altri post come questo direttamente nella tua casella di posta elettronica: trovi come fare nella home.

Infine ricorda: lotta contro al perfezionismo e dì NO al leggi-e-correggi! (Se l’hai letto come se fosse una pubblicità cringe contro la droga siamo automaticamente amicə.)

Alla prossima!

Perché è fondamentale dividere le fasi di bozza e di editing?

Consigli, Scrittura

Tempo di lettura: 3 minuti 35

Se potessi ritornare indietro nel tempo e dare dei consigli di scrittura alla me stessa di dieci o quindici anni fa, uno dei più importanti sarebbe quello di dividere la fase di bozza da quelle di riscrittura, revisione ed editing: è una delle cose che ho imparato con l’esperienza, che vorrei gridare dai tetti e che ha drasticamente cambiato il modo con cui mi avvicino alla tastiera.

“Beh, mi pare scontato dividere le fasi”, dirai tu, ma non lo è affatto. Non hai idea di quanti scrittorə e aspirantə commettono ancora quello che ormai considero un errore: editare in fase di bozza. Dai, sai benissimo a cosa mi riferisco; chi non ha avuto la tentazione, al momento di mettersi a scrivere, di leggere qualche riga o paragrafo indietro e cambiare quella virgola, aggiustare un refuso o modificare frasi intere?

Se ti stai chiedendo cosa ci sia di male, ti prego di pensarci bene: spesso il tempo a nostra disposizione per scrivere è minimo, ritagliato tra impegni familiari, di lavoro o di studio; se usiamo anche quel poco tempo per ritornare indietro invece che andare avanti…beh, capirai dove sto andando a parare.

Uno dei “detti” che preferisco sul mondo della scrittura è questo, parafrasato: puoi sempre modificare e perfezionare qualcosa che hai scritto in precedenza, ma se non scrivi nulla di nuovo non solo non ci sarà nulla da perfezionare, ma non andrai mai avanti.

Come ti accennavo prima io stessa lavoravo così, ritornando a cesellare un testo che mai avrei finito, e ti confesso che mentre usavo questo “metodo” non ho mai combinato nulla. 

Nel momento in cui mi sono concessa di ignorare i refusi e la punteggiatura da migliorare, insomma quando mi sono concessa di non essere sempre dannatamente perfetta…ecco, è allora che ho iniziato a volare: come mi sono resa conto in seguito, l’idea di non poter lasciare qualche errore nella bozza era un’ancora pesantissima che mi teneva a terra. È per questo motivo che ritengo questo “metodo” controproducente: sono una forte sostenitrice dell’idea che non ci sia un solo modo giusto per scrivere un romanzo, ma ti posso dire che uno sbagliato c’è, ed è quello di cui ti ho appena raccontato.

So che “sbagliato” è un aggettivo pesante, e non l’ho usato a sproposito. Come ti ha fatto sentire leggendolo? Hai provato fastidio o disagio? Hai avuto la tentazione di scrivere un commento con parole altrettanto forti in risposta? Se sì vorrei rassicurarti: ciò che stai provando è legittimo; anzi, ti dirò di più: avrei provato le stesse identiche sensazioni anni fa, e il motivo era ovviamente che mi sarei sentita punta nel vivo.

Avrei di sicuro pensato qualcosa tipo “ma come si permette questa di dirmi che sto sbagliando? Chi si crede di essere?” e probabilmente avrei avuto ragione; in fondo non sono nessuno se non una persona che ha continuato per anni su quella strada e che fintanto che l’ha percorsa non ha combinato nulla, ma che ha imparato dai suoi errori e, in virtù di questa nuova consapevolezza, ha deciso di spargere la voce per tendere una mano verso chiunque sia nella stessa situazione nella quale si trovava.

Ti invito quindi a farti alcune domande: che cosa esattamente di questo articolo, o dell’uso di certi aggettivi, mi ha infastidito di più? E perché? Da dove viene quel fastidio? Come posso porvi rimedio in modi che mi siano utili per evolvere come scrittorə?

Vorrei concludere con una riflessione che, per quanto potrebbe sembrare banale, è importante da tenere sempre a mente: nessuno dei libri che hai in libreria è nato nella sua forma finale, ovvero quella che puoi leggere sfogliando le sue pagine. NESSUNO. E questo è perché nessunə scrittorə è infallibile, e di conseguenza nessuna prima bozza lo è. No, nemmeno quella de “Il racconto dell’ancella” o di “It”.

Quindi, se persino nelle bozze di Atwood e King si trovano errori e imperfezioni, direi che puoi permetterti di lasciarli nella tua, per poi correggerli in un secondo momento quando farai la revisione e l’editing.

Direi che potremmo anche formare un sindacato per la difesa delle imperfezioni, che ne dici? Perché, ricordatelo, dopo che hai finito di abbozzare il tuo romanzo ci sarà tutto il tempo del mondo per modificare qualsiasi minuzia desidererai; ma quella è una storia per un altro giorno. Nel frattempo alziamo le penne o le tastiere e terminiamo la bozza del nostro romanzo! Senza ritornare indietro, s’intende.

La storia di Melusina, la donna-serpente

Letterature Strane

Tempo di lettura: 4 min 54

Molte figure femminili affascinanti sono state inventate nel tardo Medioevo nel tentativo di comprendere, raffigurare e reinventare la donna, ma nessuna è passata alla storia come Melusina (o Melusine), che ha catturato l’immaginario occidentale per ben cinquecento anni e che è nata dalla penna di Jean D’Arras.

Chi era Jean D’Arras e cosa scrisse?

Non si sa molto di questo scrittore francese; di sicuro c’è che tra il 1387 e il 1394 scrisse Le Noble Hystoire de Lusignan (la nobile storia dei Lusignan). La raccolta di racconti in prosa, redatta sotto richiesta di Giovanni II duca di Berry (tutore del re Carlo VI di Francia), era pensata per apparire una collezione di storie raccontate dalle donne mentre filavano la lana e contiene l’opera originale in prosa Roman del Mélusine la cui storia, creata a tavolino da D’Arras, si lega alle origini della famiglia Lusignan, dando alla casata un’aura di importanza e di leggenda.

Melusine

D’Arras creò Melusine da un intreccio di leggende latine, celtiche e locali e basandosi sui racconti di agenti demonici che apparivano umani ma che vivevano vite eterne come divinità e che a volte scendevano tra gli umani sotto forma di donna.

Melusine nasce da sua madre Pressyne e suo padre Elynas, il re di Scozia. Quando Elynas viola la promessa che ha fatto alla moglie di non entrare nella stanza mentre lei e le figlie si stanno lavando, lo lascia e scappa ad Avalon, l’isola perduta delle fate, dove Melusine cresce con le sue due sorelle Melior e Palatyne.

A quindici anni Melusine chiede a sua madre perché sia cresciuta lì e, dopo aver scoperto che suo padre ruppe la promessa, si vendica di lui imprigionandolo in una montagna. Pressyne ne viene a conoscenza e punisce la figlia dandole l’aspetto di un serpente (in altre storie seguenti di pesce) dalla vita in giù ogni sabato per il resto della vita.

Quando Melusine incontra e accetta di sposare Raimondo di Poitou gli fa promettere, come sua madre aveva fatto a sua volta, di non entrare nelle sue stanze di sabato. Indovinate cosa succede? Esatto, Raimondo rompe la promessa e, dopo essere chiamata serpente in fronte alla corte, Melusine ne ha abbastanza: assume le forme di un drago e vola via, lasciando per sempre quel luogo.

Ma da dove viene l’idea della donna-serpente?

Dea dei serpenti al palazzo di Knossos, c. 1600 B.C.E., alta 29.5 cm (Archaeological Museum of Heraklion, foto: Zde, CC BY-SA 4.0)

Quindi Melusine è per metà serpente. Lo so a cosa state pensando in questo momento: a Eva e “Sir Biss”. Ebbene, l’associazione di questo animale alla donna non è esclusiva della Bibbia, anzi ha origini ben più profonde, in tempi in cui il serpente non era il proxy del diavolo (che comunque, ricordiamolo, è un’invenzione del Cristianesimo).

Ancora prima della nascita delle religioni monoteistiche, nelle ere preistoriche era molto comune l’adorazione di una dea, per il semplice e logico fatto che, siccome le donne generano la vita, doveva essere per forza una divinità femminile ad aver creato il mondo. Questa dea aveva nelle società antiche forma prevalentemente serpentina o di drago (quindi anche dotata di ali), in generale di rettile, che rappresentava il rinnovamento e il trionfo della vita ma al tempo stesso simboleggiava anche la morte in un continuum tra nascita, morte e rigenerazione; era insomma il simbolo del cerchio della vita. “È una giooostra che va, questa vita cheee gira insieme a noi!”

Poi arrivarono le religioni monoteistiche e patriarcali come l’Ebraismo, l’Islamismo e il Cristianesimo: la dea rettile diventò il nemico da sconfiggere e il serpente, suo animale per eccellenza, fu invertito a simbolo del male e della tentazione: hey, la vuoi una mela?

Tradizioni e credenze così profonde, tuttavia, sono difficili da cancellare, quindi si possono trovare certi elementi di questo culto persino nelle religioni monoteistiche e nelle leggende come, appunto, quella di Melusine.

Rielaborazioni della leggenda

La storia di Melusine è riuscita a catturare i lettori e i creativi (scrittori, pittori,…) fin dalla sua comparsa, con molteplici variazioni sul tema, e continua ad affascinare anche in epoca contemporanea.

Manuel Mujica Láinez, per esempio, fa raccontare a Melusine la sua storia dalla sua maledizione originaria alle Crociate in El unicornio (1965); Goethe rielabora la storia nella sua fiaba La nuova Melusina; John Keats la riprende nel suo poema La Belle Dame sans Merci, dove Melusine non è chiamata per nome ma si può riconoscere nella sua forma più crudele (senza pietà), e in Lamia, dove Ermes permette alla donna, intrappolata nella sua forma di serpente, di ritornare alle sue fattezze umane.

Nel romanzo Possessione di S. Byatt (1990), ambientato in parte ai giorni nostri e in parte in epoca vittoriana, due accademici studiano la storia d’amore tra i poeti fittizi Randolph Henry Ash e Christabel LaMotte: il grande poema di quest’ultima è proprio una riscrittura del Roman de Mélusine.

La leggenda è riportata anche in Nadja di André Breton (1928), dove la protagonista si sente affine a Melusina e si rappresenta come una creatura per metà donna e per metà pesce.

Melusina ha assunto molti volti e molte sfumature diverse nei secoli; da desiderabile fata dell’acqua a spirito, soggetto di un amore tragico e donna-demone, rappresenta la femminilità osservata dal male gaze che si rifiuta di vederla in altro modo che non sia irraggiungibile, misteriosa, a tratti pericolosa e intrigante.

A me piace pensare a Melusina come creatura simbolo della potenza e dell’emotività della donna in un mondo che la teme e che per questo la rappresenta in modo errato. D’altra parte a chi non piacerebbe, dopo che i propri limiti sono stati ignorati e violati, alzare gli occhi al cielo, dire “byeee” e volare fuori dalla finestra in tutto il suo splendore di donna-drago?

Sitografia

Melusina, Wikipedia

G. M. E. Alban, Melusine the Serpent Goddess in A. S. Byatt’s Possession and in Mythology

J. Shaw, The Tale of Melusine in A. S. Byatt’s Possession: Retelling Medieval Stories

J. W. Goethe, La nuova Melusina

Jean D’Arras, Treccani

S. G. Nichols, Melusine Between Myth and History, Profile of a Female Demon

Conteggio in caratteri o parole? E come ci può essere utile per essere costanti nella scrittura?

Consigli, Scrittura

Tempo di lettura: 2 minuti 13

Misurare il proprio lavoro è sempre utile; tralasciando il classico metodo di contare le ore di lavoro, che può andare bene solo fino a un certo punto, per noi scrittori ci sono in massima due metodi per misurare il lavoro che abbiamo svolto, ovvero contare le parole o contare i caratteri

Sì, ma quale dei due dovrei scegliere?

Da quanto ho osservato, contare i caratteri è il metodo forse più diffuso in Italia, anche perché la cosiddetta cartella editoriale, il classico metro di misura dell’editoria, è composta da 1800 battute (o caratteri), spazi compresi. Per intenderci, di solito editor, case editrici e concorsi letterari vi chiederanno la lunghezza del vostro testo in cartelle editoriali, in modo che sia facile capire subito la lunghezza del vostro scritto con un’unità di misura standard.

Pratica più diffusa all’estero, invece, è misurare i testi con il conteggio delle parole: il famoso NaNoWriMo per esempio, ovvero National November Writing Month (novembre mese nazionale della scrittura) è un’iniziativa benefica nata negli Stati Uniti che presto si è estesa a tutto il mondo, persino qui in Italia, e invita i partecipanti a scrivere nel mese di novembre 50000 parole, che sarebbe un romanzo fatto e finito, mantenendo quindi una media di 1667 parole al giorno. Che sia un caso che ho deciso di pubblicare proprio oggi, 2 novembre, questo post?

Io conto le parole invece che i caratteri, ma è una preferenza personale: voi potete scegliere una qualsiasi delle due, ma la cosa importante è che scegliate e monitoriate il vostro progresso, preferibilmente giorno per giorno. 

Se state partecipando al NaNoWriMo questo sta già succedendo, ma io vi consiglierei di estendere quest’abitudine alla vostra normale routine di scrittura, anche senza la sfida del mese di novembre!

Per fare tutto ciò è utile creare una specie di registro nel quale annotare le parole o i caratteri scritti giorno per giorno, ed è qualcosa che funziona a più livelli: non solo, infatti, vi sprona a mantenervi costanti e scrivere ogni giorno, ma vi può essere davvero utile nei casi in cui la vostra produttività abbia dei picchi o degli affossamenti per capire cosa li ha causati, magari facendovi le domande giuste. 

Ecco le domande da farvi per ragionare sulla vostra produttività e capirvi meglio come scrittori!

Nell’ottobre del 2019 ho condiviso su Instagram, sotto forma di documento in regalo (freebie), un pdf con delle griglie mensili nelle quali annotare i propri progressi e delle domande a riguardo da farsi a fine mese: ve le riporto qui sotto, nel caso vogliate ragionare sulla vostra produttività di questo mese e dei prossimi. Sentitevi liberi di copiarle e incollarle e farle vostre!

1. Qual è stato il giorno più produttivo del mese?

2. Cos’è successo quel giorno che mi ha aiutato?

3. Come posso replicare quello stato d’animo per dare il massimo come quel giorno?

4. Qual è invece stato il giorno meno produttivo?

5. Che cosa mi ha bloccato quel giorno?

6. Se succederà di nuovo, che cosa posso fare per aggirare l’ostacolo?

7. Com’è stato questo mese in generale per me?

8. Cosa voglio fare di diverso il prossimo mese?

Riuscire a rispondere sinceramente a queste domande non solo vi può aiutare a disegnare una precisa panoramica del mese appena passato, ma anche a determinare gli obiettivi del mese successivo per iniziarlo carichi e determinati, pronti ad affrontare qualsiasi sfida.

Quindi, che voi stiate affrontando l’impresa del NaNoWriMo o che siate alla ricerca di un nuovo modo per misurare e capire la vostra produttività, spero che queste informazioni vi siano state utili e in bocca al lupo per i vostri obiettivi!

Letterature Strane: libri rilegati in pelle umana

Letterature Strane

Tempo di lettura: 5 minuti 15 secondi

Quando pensiamo a libri rilegati immaginiamo forse delle biblioteche poco illuminate che conservano antichissimi manoscritti dalle pagine consumate piene di segni esoterici e formule magiche. La realtà, purtroppo, è più prosaica…ma non meno orrida!

Partiamo dalle basi: la pratica di rilegare i libri in pelle umana ha un nome, ovvero bibliopegia antropodermica (se lo dite dieci volte di fila veloce veloce sappiate che rischiate di evocare un demone), e il periodo di maggior diffusione di libri coinvolti in questa pratica non è, come forse si potrebbe erroneamente pensare, il Medioevo, ma il diciassettesimo Secolo.

Appare un esemplare all’Università di Harvard che crea scalpore

L’argomento ha suscitato particolare curiosità nel 2004/2005, quando è stato confermato che un volume della biblioteca di Harvard è stato rilegato in pelle umana. Il libro in questione è Des destinées de l’âme (Dei destini dell’anima) di Arsène Houssaye, letterato francese e direttore della rivista L’Artiste dal 1843, e anche prima della conferma c’è sempre stato un sospetto sul materiale della rilegatura.

Heather Cole, Assistant Curator of Modern Books and Maniscripts della biblioteca, ha rivelato che all’interno del libro stesso è stata trovata una nota in francese di un tale dottor Ludovic Bouland che riporta senza mezzi termini: “Un libro sull’anima umana meritava di avere una rilegatura umana: ho conservato questo pezzo di pelle umana preso dalla schiena di una donna” e “Questo libro è rilegato in pergamena di pelle umana sulla quale non è stato stampato alcun ornamento per preservarne l’eleganza”. Eleganza extravaganza al suo massimo, insomma. (Se capite da dove viene questa citazione consideratevi automaticamente amici miei).

La donna in questione? Una paziente con disturbi mentali morta di ictus. Chissà se è stata contenta della fine che ha fatto la sua schiena! Io scommetto di no.

Questo non è stato comunque l’unico libro simile in possesso del dottor Bouland: grande estimatore del genere, ha anche rilegato un manoscritto del sedicesimo secolo che trattava della verginità femminile. Lo potete vedere nella foto che segue:

Foto tratta dall’articolo di Vice “Let’s Talk About Binding Books with Human Skin” che raffigura il manoscritto seicentesco rilegato in pelle umana dal dottor Bouland nel diciannovesimo secolo

Sì, ma come hanno confermato che è pelle umana?

Gli studiosi hanno utilizzato una tecnica chiamata PMF, o peptide mass fingerprinting, che, oltre a essere più affidabile del test del DNA, in sostanza spacca le proteine analizzate (nel nostro caso quelle del campione prelevato dalla rilegatura) in frammenti più piccoli chiamati peptidi. A quel punto le loro masse possono essere misurate e si possono comparare ad altre sequenze proteiche o perfino genomi, riuscendo quindi a identificare con certezza di che origine sia tale proteina. Qualcuno ha detto scienza? Ecco, sappiate che non ne troverete molto altra in questo blog. Passiamo ad argomenti più consoni a noi amanti della letteratura, vi va?

Un’immagine in tempo reale di me ora che ho scritto questo paragrafo scientifico.

Esiste a tal riguardo un progetto chiamato The Anthropodermic Book Project che ha come scopo l’esaminare i testi presumibilmente rilegati in pelle umana. Sembra che finora ne abbia controllati trentuno su cinquanta e che di questi diciotto sono stati confermati essere di pelle umana mentre gli altri tredici avevano una rilegatura in pelle animale.

Qui sotto un video nel quale viene estratto un campione che poi sarà analizzato per confermare se il libro in questione è stato rilegato di pelle umana (spoiler: sì). Anche se è in francese godetevi il video e ammirate quanto normale sembri la rilegatura. Chi l’avrebbe detto che era la pelle di una persona, un tempo?

I “donatori” di pelle e le ragioni

La questione più spinosa da affrontare è quella del consenso: le persone la cui pelle ora adorna libri quali il Des destinées de l’âme dell’Università di Harvard sapevano che fine avrebbero fatto da morti? Hanno dato il loro benestare a riguardo? Ecco, la cosa non è poi così semplice, purtroppo. Basti pensare che il consenso relativo alla donazione di organi è un concetto relativamente recente e che nel diciannovesimo secolo era pratica abbastanza comune, anche se illegale, “rubare” cadaveri per studiarne l’anatomia.

Secondo la dottoressa Lindsey Fitzharris, esperta del campo, ci sono tre ragioni per cui rilegature simili venivano create, e tali ragioni sono connesse con la volontà o meno del donatore di finire letteralmente in un libro.

La prima ragione è una sorta di punizione aggiuntiva per criminali efferati nel Regno Unito che, oltre alla forca, a volte erano dissezionati pubblicamente. Un esempio è il Burke Poketbook, rilegato con la pelle del serial killer di cui porta il nome.

Un secondo motivo era perché libri rilegati in pelle umana erano considerati oggetti da collezionisti, e qui rientrano i libri del carinissimo dottor Bouland che abbiamo citato sopra, oltre che libri dai contenuti medici rilegati in questo materiale perché, voglio dire, why not? Rubacchi un cadavere da un cimitero per studiare anatomia e già che ci sei usi la pelle per foderare il tuo manuale. Mi sembra perfettamente logico e in un’ottica zero waste. Anche qui consenso zero, ovviamente.

Il terzo motivo è che a volte era fatto per ricordare il defunto. Immaginate di avere un quadernetto rilegato con la pelle di nonno: sembra quasi di averlo lì con voi! (Troppo macabro? Avete ragione, faccio scendere il mio cinismo del 20%, scusate!)

“Da grande voglio essere un libro!”

Un esempio davvero affascinante del motivo “memoriale” è lui, il “Narrative of the Life of James Allen, alias Jonas Pierce, alias James H. York, alias Burley Grove, the Highwayman, Being His Death-bed Confession to the Warden of the Massachusetts State Prison” (= “Narrazione della vita di James Allen, alias Jonas Pierce, alias James H. York, alias Burley Grove, alias il Bandito, come confessione sul suo letto di morte al guardiano della prigione di stato del Massachusetts”). Sì, lo so, è un titolone.

Copertina del “Narrative of the Life of James Allen, alias Jonas Pierce, alias James H. York, alias Burley Grove, the Highwayman, Being His Death-bed Confession to the Warden of the Massachusetts State Prison“, immagine tratta dall’archivio digitale dell’ateneo di Boston.

Sulla copertina, che vedete qui sopra, la scritta in latino “HIC LIBER WALTONIS CUTE COMPACTUS EST” ci conferma che la pelle era davvero di Walton (uno dei tanti nomi di Allen).

Questo libro è molto particolare, perché racconta la vita dell’uomo la cui pelle ha rilegato poi il volume.

Il caro James Allen nacque nel 1809 e a soli quindici anni si diede allegramente al crimine, in particolare a quello che è chiamato “highway robbing”, ovvero rapine nelle strade principali (per questo era conosciuto come Highwayman), e saltò per tutta la sua vita dalla strada alla prigione. Morì di tubercolosi nella prigione di stato a Charlestown, in Massachusetts, ma prima chiese al guardiano di trascrivere la sua biografia e, soprattutto, chiese che alla sua morte fosse prelevata abbastanza pelle per rilegare due copie delle sue memorie.

Ma perché due copie, vi chiederete? Perché Allen voleva regalarne una al suo dottore, e l’altra a un tale John Fenno Junior, che il criminale considerava l’unico uomo che si fosse mai opposto a lui. Sono sicura che siano stati dei doni graditi!

Che dire, volevo scrivere un articolo un po’ orrido per la settimana di Halloween…credo proprio di esserci riuscita. Ora non guarderò più la pelle delle mie mani allo stesso modo.

P.s.: se volete leggere altro sul tema vi consiglio il  Religatum de Pelle Humana di Lawrence S. Thompson, che potete sfogliare per intero qui. Una quarantina di pagine intriganti e piene di esempi!

Sitografia:

Peptide mass fingerprinting, Wikipedia

Simon Davis, Let’s Talk About Binding Books with Human Skin, Vice, 13/1/2015

Ian Chant, The True Story of Medical Books Bound in Human Skin, 1/6/2018

Heather Soul, Harvard scientists confirm Arsène Houssaye book is bound in human skin, The Indipendent, 6/6/2014

Lindsey Fitzharris , Under the Knife episode 5, Human Skin Books, Youtube, 22/1/2015

Anthropodermic bibliopegy, Wikipedia

James Allen (highwayman), Wikipedia

Boston Athenaeum Skin Book, Atlas Obscura

Scrittura: Tipi di scrittori in blocco e come superarlo

Consigli, Scrittura

Tempo di lettura: 3 minuti 15 secondi

Diciamo che avete avuto un’idea fantastica per una storia, magari avete persino cominciato a immaginare ambientazione e personaggi e volete cominciare a scrivere…ma nel momento stesso in cui vi mettete alla tastiera e vedete il foglio bianco di word non viene fuori nulla: nada, nothing. Esatto, quello che state provando è il famoso panico da foglio bianco. Credo che sia una cosa molto comune, anche se i motivi che si celano dietro di essa sono diversi.

Immagine di Antonio Uve su Behance

Analizziamo i diversi esemplari di scrittori bloccati, che ne dite?

Il primo è quello che ha speso settimane, forse mesi a fantasticare sul mondo narrativo che ha creato; conosce la storia del singolo sassolino della strada sterrata del villaggio più sperduto e ha persino dato un nome ai peli del naso del nonno del protagonista. Ha insomma esagerato un po’ (solo un pochino, eh!) con la fase di progettazione e si è ritrovato una marea di materiale storico, culturale, geografico, di background e sul carattere dei personaggi, così tanto che non sa come iniziare: le troppe informazioni lo confondono e la pagina bianca, con la sua assolutezza, lo blocca.

Il secondo esemplare che possiamo osservare è l’esatto contrario del primo: è lo scrittore che ha avuto un’idea che gli ha fatto accendere la proverbiale lampadina sopra la testa ed è stato così impaziente da voler scrivere subito. Il problema è che magari può andare avanti persino per qualche facciata, ma dopo un po’ la mancanza di una trama definita e di una struttura dietro la storia e il mondo narrativo si faranno sentire…cosa che lo porta a bloccarsi e non sapere come continuare.

Il terzo esemplare lo chiamerei “il perfezionista”: vuole iniziare con il piede giusto e conosce l’importanza assoluta dell’incipit. Vuole insomma che le prime frasi del suo romanzo colpiscano il lettore e lo spingano ad andare avanti, intrigato da ciò che potrebbe succedere in futuro. Il problema con il perfezionista è di solito che si scervella così tanto per trovare un buon modo per iniziare che trova migliaia di inizi nella sua testa…e non ne scrive nemmeno uno perché nessuno lo soddisfa appieno, restando quindi pietrificato a guardare il cursore lampeggiare sullo schermo.

Diverso dal perfezionista è l’esemplare numero quattro, ovvero “il distratto”: ha l’idea giusta, ha una trama più o meno strutturata e dei personaggi abbastanza caratterizzati, forse ha perfino pensato a come iniziare…ma non lo fa perché prima deve andare su Wikipedia per confermare che quel fatto sia davvero esistito, o su Pinterest a cercare l’immagine perfetta che rappresenti il suo protagonista, e finisce per entrare in un tunnel di ricerche che vanno dai siti per nomi di bebé armeni ai biscotti preferiti dalla regina Elisabetta negli anni ’50, fino a ritrovarsi con un centinaio di pagine aperte nel browser alle tre di notte…e nessuna parola scritta sul file word.

Quindi, miei cari esemplari di scrittore bloccato, come si fa a invertire la rotta e cominciare a scrivere? Vi svelo la mia ricetta segretissima. Pronti? 

Per cominciare a scrivere, senza avere paura del foglio bianco, il mio consiglio è…semplicemente cominciare a scrivere. Senza ricerche, senza perfezionismi, senza badare alla troppa o troppo poca pianificazione: scrivete. Permettetevi di digitare quelle prime parole. Se non saranno quelle “giuste”, o se dovrete modificarle in seguito non importa. Basta che iniziate. Perché, vi assicuro, nel momento in cui iniziate e cominciate a familiarizzare con il suono della tastiera sotto le vostre dita, accadrà il miracolo: continuerete a scrivere, ed è quella la cosa che più importa. 

Ci sono anche altri consigli che vi posso dare, anche se meno poetici: leggete qualcosa del vostro scrittore preferito, quello che vi fa pensare “vorrei scrivere proprio così!”; spegnete il cellulare e disattivate la connessione internet sul vostro computer per minimizzare le distrazioni e le tentazioni; ascoltate una playlist che vi faccia sognare; siate testardi: continuate a fissare il foglio bianco, sfidatelo in una gara che non potrete che vincere voi. E soprattutto ricordatevi perché lo state facendo: per piacere personale, per farvi leggere un giorno, per il vostro sogno, per necessità; non importa la motivazione, cercate di ricordarvela e partite per il viaggio che è scrivere la vostra storia.

Racconto: Il mago

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 11

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

Non avevo mai visto un mago prima, e mi dispiacque che fosse perché stava andando a morire.

Quel giorno la Piazza della Giustizia sembrava ardere di eccitazione; tutti volevano guardare in faccia l’ultimo sopravvissuto alla purga e nessuno sapeva davvero cosa aspettarsi. I maghi erano mutanti e pericolosi, ma lui sembrava diverso: camminava a testa alta, i piedi scalzi e ricoperti di muschio; tra i capelli nascondeva boccioli, nella barba si intrecciavano ramoscelli dalle tenere foglie e steli d’erba germogliati dalle sue orme nel fango accompagnavano i suoi ultimi passi. Lo osservai attraverso le teste che mi bloccavano la vista: aveva le mani legate dietro la schiena, ma dalla punta delle sue dita scaturivano scintille. Spalancai gli occhi e mi feci largo tra la folla, spintonando per cercare di guardare meglio; nessuno sembrava averlo notato, nemmeno le guardie che lo stavano scortando, troppo occupate a scansare gli sputi dalla folla.

Pensai che avrebbe di sicuro usato il fuoco delle sue dita per liberarsi e bruciare la piazza intera; ne sentivo il pericolo latente come un uccello della folgore avverte la tempesta; avrei potuto gridare e avvertire gli altri, ma non riuscivo né a muovermi né ad aprire bocca: ero ipnotizzato.

Solo pochi passi lo separavano dalla sua fine; il Mago continuava a camminare seminando erba dai piedi e minacciando incendi dalle mani, e io non riuscivo a staccare gli occhi da lui.

Salì i gradini della forca e seppi che era giunto il mio momento: sarei morto tra le fiamme e il mio clan non sarebbe nemmeno riuscito a identificarmi, volto anonimo tra i tanti radunati in quella piazza e travolti da quel terribile potere.

Le scintille sembrarono diventare sempre più minacciose quando gli infilarono il cappio al collo, ma quando guardò per un attimo la folla sotto di lui, nei suoi occhi c’era solo pace. Mi chiesi se fosse perché aveva accettato la propria morte o se si stesse pregustando la libertà che si sarebbe preso camminando sopra i nostri corpi carbonizzati. Respirai a fondo e mi preparai all’impatto, mandando un ultimo pensiero al mio clan. Pensai che non era poi così male morire, se significava assistere a della vera magia.

La botola sotto di lui stava per aprirsi. Non riuscivo più a scorgere le sue mani, ora nascoste, ma vidi che aveva socchiuso gli occhi nel silenzio che era improvvisamente calato sulla piazza. Poi la botola fu azionata in un suono sordo e crudele e l’ultimo dei maghi vi cadde dentro, il collo spezzato dall’impatto. Le scintille si spensero. I suoi boccioli appassirono, il muschio e i ramoscelli si rinsecchirono. Ogni traccia di magia svanì con l’estinguersi della luce nei suoi occhi. Unico tra la moltitudine di quella piazza maledetta abbassai il capo e piansi, consapevole di essere stato pronto a dare la vita per vedere anche solo una piccola fiamma nata nel palmo di un mago.

Letterature Strane: il manoscritto di Voynich

Letterature Strane

Tempo di lettura stimato: 5 min 31 sec

Ci sono pochi libri avvolti in un’aura di leggenda come il manoscritto di Voynich: senza autore, titolo, data, o capitoli è considerato il testo più misterioso e strano della storia, e dalla sua comparsa ha suscitato sensazioni di meraviglia e di curiosità in coloro che sono venuti a conoscenza della sua scoperta.

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Prima testimonianza e datazione

La primissima testimonianza della sua esistenza risale al 1580, quando l’imperatore Rodolfo II, grande appassionato di occultismo, acquistò il manoscritto da Edward Kelley e John Dee per la cifra esorbitante di 600 ducati. Vale la pena aprire una parentesi su questo affascinante duo, anche perché negli anni seguenti molti studiosi hanno azzardato l’ipotesi che fossero stati proprio loro a creare il manoscritto per truffare l’imperatore (ipotesi poi non confermata dall’analisi del manoscritto al radiocarbonio, che ha stabilito che il testo sia stato redatto tra il 1404 e il 1434/1438).

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Kelley e Dee: un duo dinamico

Ma perché questa ipotesi? Perché Kelley e Dee avevano le mani in pasta in tutto ciò che riguardava la magia, l’occultismo, la divinazione, l’astronomia e l’astrologia, e conoscendoli non mi sembra poi così strano immaginarli davanti a un boccale di birra e a ridere dell’imperatore credulone che aveva appena regalato loro denaro a palate in cambio di un testo fittizio.

Edward Kelley (1555-1597), in particolare, fu un medium e truffatore di professione che millantava la capacità di evocare gli spiriti e gli angeli tramite la sua fedele sfera di cristallo, mentre John Dee (1527-1608), che si può considerare il mago Merlino dell’Inghilterra elisabettiana, inventò l’enochiano, la lingua degli angeli, e fu un matematico di grande fama. Forse fu grazie a questa sua reputazione che i due ebbero l’opportunità di saltare da famiglia nobile a famiglia nobile prima di avvicinare reali e imperatori. Certo è che i due entrarono nell’immaginario comune come gli archetipi degli occultisti e alchimisti ciarlatani (ho menzionato il fatto che Kelley sosteneva di aver scoperto la pietra filosofale?) e furono immortalati in moltissime opere letterarie: Lovecraft, per esempio, attribuì la paternità del suo Necronomicon a Dee.

L’alfabeto enochiano. Immagine tratta da Wikimedia Commons.

Da dove viene il nome?

Dopo essere stato acquistato da Rodolfo II il manoscritto passò di mano in mano fino ad essere acquistato nel 1912 dall’uomo dal quale prese il nome: Wilfrid Michał Voynich, nato Michał Wojnicz. Il nostro Wilfrid, un antiquario polacco, era in viaggio in Italia quando, passando per Frascati, ebbe modo di esaminare la collezione di libri antichi del monastero di gesuiti del luogo e ne acquistò trenta tra cui quello che diventò poi il manoscritto di Voynich, con la convinzione, condivisa da Rodolfo II, che il testo fosse da attribuire a Roger Bacon, frate francescano con la passione dell’occulto e dell’alchimia.

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Il mistero del contenuto del manoscritto

Ma perché il manoscritto di Voynich è stato per così tanto tempo collegato alle arti oscure? La risposta è semplice se si dà un’occhiata al suo interno: oltre a una grafia incomprensibile che ha letteralmente fatto rischiare la pazzia a un professore che lo ha studiato (William Romaine Newbold dell’Università della Pennsylvania, che lo ha studiato dal 1919 sotto richiesta dello stesso Voynich), il testo presenta diagrammi cosmologici e astrologici, illustrazioni di erbari e immagini inspiegabili e bizzarre e, soprattutto, una grafia che non si è mai vista prima. Oltre al professor Newbold citato prima, innumerevoli studiosi tra cui linguisti, filologi, crittografi, paleografi e iconografi hanno nel tempo cercato di venire a capo al mistero di questo manoscritto, anche utilizzando tecniche all’avanguardia come programmi informatici di decrittazione per cercare delle corrispondenze tra i diversi segni e dare un significato a quello che ormai è un rompicapo che, forse, rimarrà tale.

Per voi che siete interessati a una visione più tecnica di queste analisi del testo vi consiglio di dare un’occhiata a questo articolo che ho trovato nel sito dell’Association for Computational Linguistics, e che spiega nel dettaglio cosa si sa finora delle lettere, delle parole, della struttura morfologica e della sintassi, o a quest’altro articolo che, tra le altre cose, spiega le affinità tra le parole e le sezioni di testo e ipotizza una correlazione tra testo e immagini. Attenzione però che entrambi sono in Inglese!

Non dovete credermi sulla parola quando parlo di questo testo come un rompicapo: oltre alle immagini che ho incluso vi consiglio di dare un’occhiata a questo video dell’Università di Yale (nella cui biblioteca è conservato il manoscritto); notate come sia impaginato in modo peculiare!

C’è anche chi crede di averlo decifrato!

Per ogni mistero ci sarà sempre lo studioso o anche il semplice curioso di turno che afferma di aver trovato la chiave per risolverlo, e il manoscritto di Voynich non fa eccezione, anche se tra tutte le teorie finora non ce n’è una che sia stata davvero accettata come credibile dalla comunità scientifica.

Nel maggio del 2019 l’Università di Bristol, con grande sicurezza, ha affermato che un suo ricercatore, Gerard Cheshire, avrebbe “avuto successo dove innumerevoli crittografi, studiosi di linguistica e programmi informatici avevano fallito”, identificando linguaggio e scopo del manoscritto: la sua teoria è che fosse un testo terapeutico redatto da delle suore per Maria di Castiglia, regina d’Aragona, e che sia l’unica testimonianza dell’esistenza di una lingua proto-romanza. Poco dopo che l’articolo di Cheshire fu pubblicato, tuttavia, ricevette dure critiche da parte di altri studiosi, tra cui la dottoressa Lisa Fagin Davis, esperta del Voynich, e sembra che l’Università di Bristol abbia ormai cancellato le sue dichiarazioni, facendo un passo indietro.

Per mettere tutto in prospettiva, la lingua proto-romanza che Cheshire ha dichiarato essere quella con cui è stato scritto il Voynich è una lingua ricostruita dagli studiosi che dovrebbe essere l’antenata delle lingue romanze, ovvero quelle che si sono evolute dal latino volgare tra il terzo e l’ottavo secolo, Italiano incluso.

Alfabeto voynichese, immagine di Wikicommons tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Le ipotesi fantasiose non mancano, insomma, tra cui quella di un nostro connazionale, il geometra Giuseppe Bianchi che, appassionato di enigmi storici sosterrebbe che il manoscritto è una forma di proto-tipografia fatta con degli stencil, o quella decisamente più di trolliana materia che dichiara che il manoscritto è chiaramente un antico e perduto manuale di Dungeons&Dragons, il noto gioco di ruolo.

Per quanto mi riguarda la fascinazione che il manoscritto provoca in chiunque ne venga a conoscenza è in gran parte provocata da quella sensazione di essere di fronte a qualcosa di misterioso e occulto, qualcosa che forse è meglio rimanga irrisolto, anche solo per continuare ad alimentare la nostra immaginazione.

Sitografia:

Pagina Wikipedia su Wilfrid Voynich

Pagina Wikipedia su Edward Kelley

Pagina Wikipedia su John Dee

Pagina Wikipedia sul manoscritto di Voynich

Pagina Wikipedia su Ruggero Bacone

K. Knight, S. Reddy, What We Know About The Voynich Manuscript, Association for Computational Linguistics, Proceedings of the 5th ACL-HLT Workshop on Language Technology for Cultural Heritage, Social Sciences, and Humanities, pagine 78–86, Portland, OR, USA, 24/6/2011

M. A. Montemurro, D. H. Zanette, Keywords and Co-Occurrence Patterns in the Voynich Manuscript: An Information-Theoretic Analysis, Plos One, 21/6/2013

F. Knapp, Inside the Mystery of an Untranslatable 600 Year Old Book, Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities, 2/7/2020

F. Sindici, “Ho svelato la lingua segreta del manoscritto Voynich”, La Stampa, 7/4/2016 aggiornato all’8/7/2019

F. Cataluccio, Il manoscritto indecifrabile e il tafano, Il Post, 17/12/2018

V. Rita, È stato davvero decifrato il manoscritto Voynich?, Wired, 16/5/2019

E. Addley, University backtracks on disputed Voynich manuscript theory, The Guardian, 17/5/2019