La storia di Melusina, la donna-serpente

Letterature Strane

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Molte figure femminili affascinanti sono state inventate nel tardo Medioevo nel tentativo di comprendere, raffigurare e reinventare la donna, ma nessuna è passata alla storia come Melusina (o Melusine), che ha catturato l’immaginario occidentale per ben cinquecento anni e che è nata dalla penna di Jean D’Arras.

Chi era Jean D’Arras e cosa scrisse?

Non si sa molto di questo scrittore francese; di sicuro c’è che tra il 1387 e il 1394 scrisse Le Noble Hystoire de Lusignan (la nobile storia dei Lusignan). La raccolta di racconti in prosa, redatta sotto richiesta di Giovanni II duca di Berry (tutore del re Carlo VI di Francia), era pensata per apparire una collezione di storie raccontate dalle donne mentre filavano la lana e contiene l’opera originale in prosa Roman del Mélusine la cui storia, creata a tavolino da D’Arras, si lega alle origini della famiglia Lusignan, dando alla casata un’aura di importanza e di leggenda.

Melusine

D’Arras creò Melusine da un intreccio di leggende latine, celtiche e locali e basandosi sui racconti di agenti demonici che apparivano umani ma che vivevano vite eterne come divinità e che a volte scendevano tra gli umani sotto forma di donna.

Melusine nasce da sua madre Pressyne e suo padre Elynas, il re di Scozia. Quando Elynas viola la promessa che ha fatto alla moglie di non entrare nella stanza mentre lei e le figlie si stanno lavando, lo lascia e scappa ad Avalon, l’isola perduta delle fate, dove Melusine cresce con le sue due sorelle Melior e Palatyne.

A quindici anni Melusine chiede a sua madre perché sia cresciuta lì e, dopo aver scoperto che suo padre ruppe la promessa, si vendica di lui imprigionandolo in una montagna. Pressyne ne viene a conoscenza e punisce la figlia dandole l’aspetto di un serpente (in altre storie seguenti di pesce) dalla vita in giù ogni sabato per il resto della vita.

Quando Melusine incontra e accetta di sposare Raimondo di Poitou gli fa promettere, come sua madre aveva fatto a sua volta, di non entrare nelle sue stanze di sabato. Indovinate cosa succede? Esatto, Raimondo rompe la promessa e, dopo essere chiamata serpente in fronte alla corte, Melusine ne ha abbastanza: assume le forme di un drago e vola via, lasciando per sempre quel luogo.

Ma da dove viene l’idea della donna-serpente?

Dea dei serpenti al palazzo di Knossos, c. 1600 B.C.E., alta 29.5 cm (Archaeological Museum of Heraklion, foto: Zde, CC BY-SA 4.0)

Quindi Melusine è per metà serpente. Lo so a cosa state pensando in questo momento: a Eva e “Sir Biss”. Ebbene, l’associazione di questo animale alla donna non è esclusiva della Bibbia, anzi ha origini ben più profonde, in tempi in cui il serpente non era il proxy del diavolo (che comunque, ricordiamolo, è un’invenzione del Cristianesimo).

Ancora prima della nascita delle religioni monoteistiche, nelle ere preistoriche era molto comune l’adorazione di una dea, per il semplice e logico fatto che, siccome le donne generano la vita, doveva essere per forza una divinità femminile ad aver creato il mondo. Questa dea aveva nelle società antiche forma prevalentemente serpentina o di drago (quindi anche dotata di ali), in generale di rettile, che rappresentava il rinnovamento e il trionfo della vita ma al tempo stesso simboleggiava anche la morte in un continuum tra nascita, morte e rigenerazione; era insomma il simbolo del cerchio della vita. “È una giooostra che va, questa vita cheee gira insieme a noi!”

Poi arrivarono le religioni monoteistiche e patriarcali come l’Ebraismo, l’Islamismo e il Cristianesimo: la dea rettile diventò il nemico da sconfiggere e il serpente, suo animale per eccellenza, fu invertito a simbolo del male e della tentazione: hey, la vuoi una mela?

Tradizioni e credenze così profonde, tuttavia, sono difficili da cancellare, quindi si possono trovare certi elementi di questo culto persino nelle religioni monoteistiche e nelle leggende come, appunto, quella di Melusine.

Rielaborazioni della leggenda

La storia di Melusine è riuscita a catturare i lettori e i creativi (scrittori, pittori,…) fin dalla sua comparsa, con molteplici variazioni sul tema, e continua ad affascinare anche in epoca contemporanea.

Manuel Mujica Láinez, per esempio, fa raccontare a Melusine la sua storia dalla sua maledizione originaria alle Crociate in El unicornio (1965); Goethe rielabora la storia nella sua fiaba La nuova Melusina; John Keats la riprende nel suo poema La Belle Dame sans Merci, dove Melusine non è chiamata per nome ma si può riconoscere nella sua forma più crudele (senza pietà), e in Lamia, dove Ermes permette alla donna, intrappolata nella sua forma di serpente, di ritornare alle sue fattezze umane.

Nel romanzo Possessione di S. Byatt (1990), ambientato in parte ai giorni nostri e in parte in epoca vittoriana, due accademici studiano la storia d’amore tra i poeti fittizi Randolph Henry Ash e Christabel LaMotte: il grande poema di quest’ultima è proprio una riscrittura del Roman de Mélusine.

La leggenda è riportata anche in Nadja di André Breton (1928), dove la protagonista si sente affine a Melusina e si rappresenta come una creatura per metà donna e per metà pesce.

Melusina ha assunto molti volti e molte sfumature diverse nei secoli; da desiderabile fata dell’acqua a spirito, soggetto di un amore tragico e donna-demone, rappresenta la femminilità osservata dal male gaze che si rifiuta di vederla in altro modo che non sia irraggiungibile, misteriosa, a tratti pericolosa e intrigante.

A me piace pensare a Melusina come creatura simbolo della potenza e dell’emotività della donna in un mondo che la teme e che per questo la rappresenta in modo errato. D’altra parte a chi non piacerebbe, dopo che i propri limiti sono stati ignorati e violati, alzare gli occhi al cielo, dire “byeee” e volare fuori dalla finestra in tutto il suo splendore di donna-drago?

Sitografia

Melusina, Wikipedia

G. M. E. Alban, Melusine the Serpent Goddess in A. S. Byatt’s Possession and in Mythology

J. Shaw, The Tale of Melusine in A. S. Byatt’s Possession: Retelling Medieval Stories

J. W. Goethe, La nuova Melusina

Jean D’Arras, Treccani

S. G. Nichols, Melusine Between Myth and History, Profile of a Female Demon

Conteggio in caratteri o parole? E come ci può essere utile per essere costanti nella scrittura?

Consigli, Scrittura

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Misurare il proprio lavoro è sempre utile; tralasciando il classico metodo di contare le ore di lavoro, che può andare bene solo fino a un certo punto, per noi scrittori ci sono in massima due metodi per misurare il lavoro che abbiamo svolto, ovvero contare le parole o contare i caratteri

Sì, ma quale dei due dovrei scegliere?

Da quanto ho osservato, contare i caratteri è il metodo forse più diffuso in Italia, anche perché la cosiddetta cartella editoriale, il classico metro di misura dell’editoria, è composta da 1800 battute (o caratteri), spazi compresi. Per intenderci, di solito editor, case editrici e concorsi letterari vi chiederanno la lunghezza del vostro testo in cartelle editoriali, in modo che sia facile capire subito la lunghezza del vostro scritto con un’unità di misura standard.

Pratica più diffusa all’estero, invece, è misurare i testi con il conteggio delle parole: il famoso NaNoWriMo per esempio, ovvero National November Writing Month (novembre mese nazionale della scrittura) è un’iniziativa benefica nata negli Stati Uniti che presto si è estesa a tutto il mondo, persino qui in Italia, e invita i partecipanti a scrivere nel mese di novembre 50000 parole, che sarebbe un romanzo fatto e finito, mantenendo quindi una media di 1667 parole al giorno. Che sia un caso che ho deciso di pubblicare proprio oggi, 2 novembre, questo post?

Io conto le parole invece che i caratteri, ma è una preferenza personale: voi potete scegliere una qualsiasi delle due, ma la cosa importante è che scegliate e monitoriate il vostro progresso, preferibilmente giorno per giorno. 

Se state partecipando al NaNoWriMo questo sta già succedendo, ma io vi consiglierei di estendere quest’abitudine alla vostra normale routine di scrittura, anche senza la sfida del mese di novembre!

Per fare tutto ciò è utile creare una specie di registro nel quale annotare le parole o i caratteri scritti giorno per giorno, ed è qualcosa che funziona a più livelli: non solo, infatti, vi sprona a mantenervi costanti e scrivere ogni giorno, ma vi può essere davvero utile nei casi in cui la vostra produttività abbia dei picchi o degli affossamenti per capire cosa li ha causati, magari facendovi le domande giuste. 

Ecco le domande da farvi per ragionare sulla vostra produttività e capirvi meglio come scrittori!

Nell’ottobre del 2019 ho condiviso su Instagram, sotto forma di documento in regalo (freebie), un pdf con delle griglie mensili nelle quali annotare i propri progressi e delle domande a riguardo da farsi a fine mese: ve le riporto qui sotto, nel caso vogliate ragionare sulla vostra produttività di questo mese e dei prossimi. Sentitevi liberi di copiarle e incollarle e farle vostre!

1. Qual è stato il giorno più produttivo del mese?

2. Cos’è successo quel giorno che mi ha aiutato?

3. Come posso replicare quello stato d’animo per dare il massimo come quel giorno?

4. Qual è invece stato il giorno meno produttivo?

5. Che cosa mi ha bloccato quel giorno?

6. Se succederà di nuovo, che cosa posso fare per aggirare l’ostacolo?

7. Com’è stato questo mese in generale per me?

8. Cosa voglio fare di diverso il prossimo mese?

Riuscire a rispondere sinceramente a queste domande non solo vi può aiutare a disegnare una precisa panoramica del mese appena passato, ma anche a determinare gli obiettivi del mese successivo per iniziarlo carichi e determinati, pronti ad affrontare qualsiasi sfida.

Quindi, che voi stiate affrontando l’impresa del NaNoWriMo o che siate alla ricerca di un nuovo modo per misurare e capire la vostra produttività, spero che queste informazioni vi siano state utili e in bocca al lupo per i vostri obiettivi!

Letterature Strane: libri rilegati in pelle umana

Letterature Strane

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Quando pensiamo a libri rilegati immaginiamo forse delle biblioteche poco illuminate che conservano antichissimi manoscritti dalle pagine consumate piene di segni esoterici e formule magiche. La realtà, purtroppo, è più prosaica…ma non meno orrida!

Partiamo dalle basi: la pratica di rilegare i libri in pelle umana ha un nome, ovvero bibliopegia antropodermica (se lo dite dieci volte di fila veloce veloce sappiate che rischiate di evocare un demone), e il periodo di maggior diffusione di libri coinvolti in questa pratica non è, come forse si potrebbe erroneamente pensare, il Medioevo, ma il diciassettesimo Secolo.

Appare un esemplare all’Università di Harvard che crea scalpore

L’argomento ha suscitato particolare curiosità nel 2004/2005, quando è stato confermato che un volume della biblioteca di Harvard è stato rilegato in pelle umana. Il libro in questione è Des destinées de l’âme (Dei destini dell’anima) di Arsène Houssaye, letterato francese e direttore della rivista L’Artiste dal 1843, e anche prima della conferma c’è sempre stato un sospetto sul materiale della rilegatura.

Heather Cole, Assistant Curator of Modern Books and Maniscripts della biblioteca, ha rivelato che all’interno del libro stesso è stata trovata una nota in francese di un tale dottor Ludovic Bouland che riporta senza mezzi termini: “Un libro sull’anima umana meritava di avere una rilegatura umana: ho conservato questo pezzo di pelle umana preso dalla schiena di una donna” e “Questo libro è rilegato in pergamena di pelle umana sulla quale non è stato stampato alcun ornamento per preservarne l’eleganza”. Eleganza extravaganza al suo massimo, insomma. (Se capite da dove viene questa citazione consideratevi automaticamente amici miei).

La donna in questione? Una paziente con disturbi mentali morta di ictus. Chissà se è stata contenta della fine che ha fatto la sua schiena! Io scommetto di no.

Questo non è stato comunque l’unico libro simile in possesso del dottor Bouland: grande estimatore del genere, ha anche rilegato un manoscritto del sedicesimo secolo che trattava della verginità femminile. Lo potete vedere nella foto che segue:

Foto tratta dall’articolo di Vice “Let’s Talk About Binding Books with Human Skin” che raffigura il manoscritto seicentesco rilegato in pelle umana dal dottor Bouland nel diciannovesimo secolo

Sì, ma come hanno confermato che è pelle umana?

Gli studiosi hanno utilizzato una tecnica chiamata PMF, o peptide mass fingerprinting, che, oltre a essere più affidabile del test del DNA, in sostanza spacca le proteine analizzate (nel nostro caso quelle del campione prelevato dalla rilegatura) in frammenti più piccoli chiamati peptidi. A quel punto le loro masse possono essere misurate e si possono comparare ad altre sequenze proteiche o perfino genomi, riuscendo quindi a identificare con certezza di che origine sia tale proteina. Qualcuno ha detto scienza? Ecco, sappiate che non ne troverete molto altra in questo blog. Passiamo ad argomenti più consoni a noi amanti della letteratura, vi va?

Un’immagine in tempo reale di me ora che ho scritto questo paragrafo scientifico.

Esiste a tal riguardo un progetto chiamato The Anthropodermic Book Project che ha come scopo l’esaminare i testi presumibilmente rilegati in pelle umana. Sembra che finora ne abbia controllati trentuno su cinquanta e che di questi diciotto sono stati confermati essere di pelle umana mentre gli altri tredici avevano una rilegatura in pelle animale.

Qui sotto un video nel quale viene estratto un campione che poi sarà analizzato per confermare se il libro in questione è stato rilegato di pelle umana (spoiler: sì). Anche se è in francese godetevi il video e ammirate quanto normale sembri la rilegatura. Chi l’avrebbe detto che era la pelle di una persona, un tempo?

I “donatori” di pelle e le ragioni

La questione più spinosa da affrontare è quella del consenso: le persone la cui pelle ora adorna libri quali il Des destinées de l’âme dell’Università di Harvard sapevano che fine avrebbero fatto da morti? Hanno dato il loro benestare a riguardo? Ecco, la cosa non è poi così semplice, purtroppo. Basti pensare che il consenso relativo alla donazione di organi è un concetto relativamente recente e che nel diciannovesimo secolo era pratica abbastanza comune, anche se illegale, “rubare” cadaveri per studiarne l’anatomia.

Secondo la dottoressa Lindsey Fitzharris, esperta del campo, ci sono tre ragioni per cui rilegature simili venivano create, e tali ragioni sono connesse con la volontà o meno del donatore di finire letteralmente in un libro.

La prima ragione è una sorta di punizione aggiuntiva per criminali efferati nel Regno Unito che, oltre alla forca, a volte erano dissezionati pubblicamente. Un esempio è il Burke Poketbook, rilegato con la pelle del serial killer di cui porta il nome.

Un secondo motivo era perché libri rilegati in pelle umana erano considerati oggetti da collezionisti, e qui rientrano i libri del carinissimo dottor Bouland che abbiamo citato sopra, oltre che libri dai contenuti medici rilegati in questo materiale perché, voglio dire, why not? Rubacchi un cadavere da un cimitero per studiare anatomia e già che ci sei usi la pelle per foderare il tuo manuale. Mi sembra perfettamente logico e in un’ottica zero waste. Anche qui consenso zero, ovviamente.

Il terzo motivo è che a volte era fatto per ricordare il defunto. Immaginate di avere un quadernetto rilegato con la pelle di nonno: sembra quasi di averlo lì con voi! (Troppo macabro? Avete ragione, faccio scendere il mio cinismo del 20%, scusate!)

“Da grande voglio essere un libro!”

Un esempio davvero affascinante del motivo “memoriale” è lui, il “Narrative of the Life of James Allen, alias Jonas Pierce, alias James H. York, alias Burley Grove, the Highwayman, Being His Death-bed Confession to the Warden of the Massachusetts State Prison” (= “Narrazione della vita di James Allen, alias Jonas Pierce, alias James H. York, alias Burley Grove, alias il Bandito, come confessione sul suo letto di morte al guardiano della prigione di stato del Massachusetts”). Sì, lo so, è un titolone.

Copertina del “Narrative of the Life of James Allen, alias Jonas Pierce, alias James H. York, alias Burley Grove, the Highwayman, Being His Death-bed Confession to the Warden of the Massachusetts State Prison“, immagine tratta dall’archivio digitale dell’ateneo di Boston.

Sulla copertina, che vedete qui sopra, la scritta in latino “HIC LIBER WALTONIS CUTE COMPACTUS EST” ci conferma che la pelle era davvero di Walton (uno dei tanti nomi di Allen).

Questo libro è molto particolare, perché racconta la vita dell’uomo la cui pelle ha rilegato poi il volume.

Il caro James Allen nacque nel 1809 e a soli quindici anni si diede allegramente al crimine, in particolare a quello che è chiamato “highway robbing”, ovvero rapine nelle strade principali (per questo era conosciuto come Highwayman), e saltò per tutta la sua vita dalla strada alla prigione. Morì di tubercolosi nella prigione di stato a Charlestown, in Massachusetts, ma prima chiese al guardiano di trascrivere la sua biografia e, soprattutto, chiese che alla sua morte fosse prelevata abbastanza pelle per rilegare due copie delle sue memorie.

Ma perché due copie, vi chiederete? Perché Allen voleva regalarne una al suo dottore, e l’altra a un tale John Fenno Junior, che il criminale considerava l’unico uomo che si fosse mai opposto a lui. Sono sicura che siano stati dei doni graditi!

Che dire, volevo scrivere un articolo un po’ orrido per la settimana di Halloween…credo proprio di esserci riuscita. Ora non guarderò più la pelle delle mie mani allo stesso modo.

P.s.: se volete leggere altro sul tema vi consiglio il  Religatum de Pelle Humana di Lawrence S. Thompson, che potete sfogliare per intero qui. Una quarantina di pagine intriganti e piene di esempi!

Sitografia:

Peptide mass fingerprinting, Wikipedia

Simon Davis, Let’s Talk About Binding Books with Human Skin, Vice, 13/1/2015

Ian Chant, The True Story of Medical Books Bound in Human Skin, 1/6/2018

Heather Soul, Harvard scientists confirm Arsène Houssaye book is bound in human skin, The Indipendent, 6/6/2014

Lindsey Fitzharris , Under the Knife episode 5, Human Skin Books, Youtube, 22/1/2015

Anthropodermic bibliopegy, Wikipedia

James Allen (highwayman), Wikipedia

Boston Athenaeum Skin Book, Atlas Obscura

Scrittura: Tipi di scrittori in blocco e come superarlo

Consigli, Scrittura

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Diciamo che avete avuto un’idea fantastica per una storia, magari avete persino cominciato a immaginare ambientazione e personaggi e volete cominciare a scrivere…ma nel momento stesso in cui vi mettete alla tastiera e vedete il foglio bianco di word non viene fuori nulla: nada, nothing. Esatto, quello che state provando è il famoso panico da foglio bianco. Credo che sia una cosa molto comune, anche se i motivi che si celano dietro di essa sono diversi.

Immagine di Antonio Uve su Behance

Analizziamo i diversi esemplari di scrittori bloccati, che ne dite?

Il primo è quello che ha speso settimane, forse mesi a fantasticare sul mondo narrativo che ha creato; conosce la storia del singolo sassolino della strada sterrata del villaggio più sperduto e ha persino dato un nome ai peli del naso del nonno del protagonista. Ha insomma esagerato un po’ (solo un pochino, eh!) con la fase di progettazione e si è ritrovato una marea di materiale storico, culturale, geografico, di background e sul carattere dei personaggi, così tanto che non sa come iniziare: le troppe informazioni lo confondono e la pagina bianca, con la sua assolutezza, lo blocca.

Il secondo esemplare che possiamo osservare è l’esatto contrario del primo: è lo scrittore che ha avuto un’idea che gli ha fatto accendere la proverbiale lampadina sopra la testa ed è stato così impaziente da voler scrivere subito. Il problema è che magari può andare avanti persino per qualche facciata, ma dopo un po’ la mancanza di una trama definita e di una struttura dietro la storia e il mondo narrativo si faranno sentire…cosa che lo porta a bloccarsi e non sapere come continuare.

Il terzo esemplare lo chiamerei “il perfezionista”: vuole iniziare con il piede giusto e conosce l’importanza assoluta dell’incipit. Vuole insomma che le prime frasi del suo romanzo colpiscano il lettore e lo spingano ad andare avanti, intrigato da ciò che potrebbe succedere in futuro. Il problema con il perfezionista è di solito che si scervella così tanto per trovare un buon modo per iniziare che trova migliaia di inizi nella sua testa…e non ne scrive nemmeno uno perché nessuno lo soddisfa appieno, restando quindi pietrificato a guardare il cursore lampeggiare sullo schermo.

Diverso dal perfezionista è l’esemplare numero quattro, ovvero “il distratto”: ha l’idea giusta, ha una trama più o meno strutturata e dei personaggi abbastanza caratterizzati, forse ha perfino pensato a come iniziare…ma non lo fa perché prima deve andare su Wikipedia per confermare che quel fatto sia davvero esistito, o su Pinterest a cercare l’immagine perfetta che rappresenti il suo protagonista, e finisce per entrare in un tunnel di ricerche che vanno dai siti per nomi di bebé armeni ai biscotti preferiti dalla regina Elisabetta negli anni ’50, fino a ritrovarsi con un centinaio di pagine aperte nel browser alle tre di notte…e nessuna parola scritta sul file word.

Quindi, miei cari esemplari di scrittore bloccato, come si fa a invertire la rotta e cominciare a scrivere? Vi svelo la mia ricetta segretissima. Pronti? 

Per cominciare a scrivere, senza avere paura del foglio bianco, il mio consiglio è…semplicemente cominciare a scrivere. Senza ricerche, senza perfezionismi, senza badare alla troppa o troppo poca pianificazione: scrivete. Permettetevi di digitare quelle prime parole. Se non saranno quelle “giuste”, o se dovrete modificarle in seguito non importa. Basta che iniziate. Perché, vi assicuro, nel momento in cui iniziate e cominciate a familiarizzare con il suono della tastiera sotto le vostre dita, accadrà il miracolo: continuerete a scrivere, ed è quella la cosa che più importa. 

Ci sono anche altri consigli che vi posso dare, anche se meno poetici: leggete qualcosa del vostro scrittore preferito, quello che vi fa pensare “vorrei scrivere proprio così!”; spegnete il cellulare e disattivate la connessione internet sul vostro computer per minimizzare le distrazioni e le tentazioni; ascoltate una playlist che vi faccia sognare; siate testardi: continuate a fissare il foglio bianco, sfidatelo in una gara che non potrete che vincere voi. E soprattutto ricordatevi perché lo state facendo: per piacere personale, per farvi leggere un giorno, per il vostro sogno, per necessità; non importa la motivazione, cercate di ricordarvela e partite per il viaggio che è scrivere la vostra storia.

Racconto: Il mago

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 11

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

Non avevo mai visto un mago prima, e mi dispiacque che fosse perché stava andando a morire.

Quel giorno la Piazza della Giustizia sembrava ardere di eccitazione; tutti volevano guardare in faccia l’ultimo sopravvissuto alla purga e nessuno sapeva davvero cosa aspettarsi. I maghi erano mutanti e pericolosi, ma lui sembrava diverso: camminava a testa alta, i piedi scalzi e ricoperti di muschio; tra i capelli nascondeva boccioli, nella barba si intrecciavano ramoscelli dalle tenere foglie e steli d’erba germogliati dalle sue orme nel fango accompagnavano i suoi ultimi passi. Lo osservai attraverso le teste che mi bloccavano la vista: aveva le mani legate dietro la schiena, ma dalla punta delle sue dita scaturivano scintille. Spalancai gli occhi e mi feci largo tra la folla, spintonando per cercare di guardare meglio; nessuno sembrava averlo notato, nemmeno le guardie che lo stavano scortando, troppo occupate a scansare gli sputi dalla folla.

Pensai che avrebbe di sicuro usato il fuoco delle sue dita per liberarsi e bruciare la piazza intera; ne sentivo il pericolo latente come un uccello della folgore avverte la tempesta; avrei potuto gridare e avvertire gli altri, ma non riuscivo né a muovermi né ad aprire bocca: ero ipnotizzato.

Solo pochi passi lo separavano dalla sua fine; il Mago continuava a camminare seminando erba dai piedi e minacciando incendi dalle mani, e io non riuscivo a staccare gli occhi da lui.

Salì i gradini della forca e seppi che era giunto il mio momento: sarei morto tra le fiamme e il mio clan non sarebbe nemmeno riuscito a identificarmi, volto anonimo tra i tanti radunati in quella piazza e travolti da quel terribile potere.

Le scintille sembrarono diventare sempre più minacciose quando gli infilarono il cappio al collo, ma quando guardò per un attimo la folla sotto di lui, nei suoi occhi c’era solo pace. Mi chiesi se fosse perché aveva accettato la propria morte o se si stesse pregustando la libertà che si sarebbe preso camminando sopra i nostri corpi carbonizzati. Respirai a fondo e mi preparai all’impatto, mandando un ultimo pensiero al mio clan. Pensai che non era poi così male morire, se significava assistere a della vera magia.

La botola sotto di lui stava per aprirsi. Non riuscivo più a scorgere le sue mani, ora nascoste, ma vidi che aveva socchiuso gli occhi nel silenzio che era improvvisamente calato sulla piazza. Poi la botola fu azionata in un suono sordo e crudele e l’ultimo dei maghi vi cadde dentro, il collo spezzato dall’impatto. Le scintille si spensero. I suoi boccioli appassirono, il muschio e i ramoscelli si rinsecchirono. Ogni traccia di magia svanì con l’estinguersi della luce nei suoi occhi. Unico tra la moltitudine di quella piazza maledetta abbassai il capo e piansi, consapevole di essere stato pronto a dare la vita per vedere anche solo una piccola fiamma nata nel palmo di un mago.

Letterature Strane: il manoscritto di Voynich

Letterature Strane

Tempo di lettura stimato: 5 min 31 sec

Ci sono pochi libri avvolti in un’aura di leggenda come il manoscritto di Voynich: senza autore, titolo, data, o capitoli è considerato il testo più misterioso e strano della storia, e dalla sua comparsa ha suscitato sensazioni di meraviglia e di curiosità in coloro che sono venuti a conoscenza della sua scoperta.

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Prima testimonianza e datazione

La primissima testimonianza della sua esistenza risale al 1580, quando l’imperatore Rodolfo II, grande appassionato di occultismo, acquistò il manoscritto da Edward Kelley e John Dee per la cifra esorbitante di 600 ducati. Vale la pena aprire una parentesi su questo affascinante duo, anche perché negli anni seguenti molti studiosi hanno azzardato l’ipotesi che fossero stati proprio loro a creare il manoscritto per truffare l’imperatore (ipotesi poi non confermata dall’analisi del manoscritto al radiocarbonio, che ha stabilito che il testo sia stato redatto tra il 1404 e il 1434/1438).

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Kelley e Dee: un duo dinamico

Ma perché questa ipotesi? Perché Kelley e Dee avevano le mani in pasta in tutto ciò che riguardava la magia, l’occultismo, la divinazione, l’astronomia e l’astrologia, e conoscendoli non mi sembra poi così strano immaginarli davanti a un boccale di birra e a ridere dell’imperatore credulone che aveva appena regalato loro denaro a palate in cambio di un testo fittizio.

Edward Kelley (1555-1597), in particolare, fu un medium e truffatore di professione che millantava la capacità di evocare gli spiriti e gli angeli tramite la sua fedele sfera di cristallo, mentre John Dee (1527-1608), che si può considerare il mago Merlino dell’Inghilterra elisabettiana, inventò l’enochiano, la lingua degli angeli, e fu un matematico di grande fama. Forse fu grazie a questa sua reputazione che i due ebbero l’opportunità di saltare da famiglia nobile a famiglia nobile prima di avvicinare reali e imperatori. Certo è che i due entrarono nell’immaginario comune come gli archetipi degli occultisti e alchimisti ciarlatani (ho menzionato il fatto che Kelley sosteneva di aver scoperto la pietra filosofale?) e furono immortalati in moltissime opere letterarie: Lovecraft, per esempio, attribuì la paternità del suo Necronomicon a Dee.

L’alfabeto enochiano. Immagine tratta da Wikimedia Commons.

Da dove viene il nome?

Dopo essere stato acquistato da Rodolfo II il manoscritto passò di mano in mano fino ad essere acquistato nel 1912 dall’uomo dal quale prese il nome: Wilfrid Michał Voynich, nato Michał Wojnicz. Il nostro Wilfrid, un antiquario polacco, era in viaggio in Italia quando, passando per Frascati, ebbe modo di esaminare la collezione di libri antichi del monastero di gesuiti del luogo e ne acquistò trenta tra cui quello che diventò poi il manoscritto di Voynich, con la convinzione, condivisa da Rodolfo II, che il testo fosse da attribuire a Roger Bacon, frate francescano con la passione dell’occulto e dell’alchimia.

Immagine del manoscritto di Voynich tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Il mistero del contenuto del manoscritto

Ma perché il manoscritto di Voynich è stato per così tanto tempo collegato alle arti oscure? La risposta è semplice se si dà un’occhiata al suo interno: oltre a una grafia incomprensibile che ha letteralmente fatto rischiare la pazzia a un professore che lo ha studiato (William Romaine Newbold dell’Università della Pennsylvania, che lo ha studiato dal 1919 sotto richiesta dello stesso Voynich), il testo presenta diagrammi cosmologici e astrologici, illustrazioni di erbari e immagini inspiegabili e bizzarre e, soprattutto, una grafia che non si è mai vista prima. Oltre al professor Newbold citato prima, innumerevoli studiosi tra cui linguisti, filologi, crittografi, paleografi e iconografi hanno nel tempo cercato di venire a capo al mistero di questo manoscritto, anche utilizzando tecniche all’avanguardia come programmi informatici di decrittazione per cercare delle corrispondenze tra i diversi segni e dare un significato a quello che ormai è un rompicapo che, forse, rimarrà tale.

Per voi che siete interessati a una visione più tecnica di queste analisi del testo vi consiglio di dare un’occhiata a questo articolo che ho trovato nel sito dell’Association for Computational Linguistics, e che spiega nel dettaglio cosa si sa finora delle lettere, delle parole, della struttura morfologica e della sintassi, o a quest’altro articolo che, tra le altre cose, spiega le affinità tra le parole e le sezioni di testo e ipotizza una correlazione tra testo e immagini. Attenzione però che entrambi sono in Inglese!

Non dovete credermi sulla parola quando parlo di questo testo come un rompicapo: oltre alle immagini che ho incluso vi consiglio di dare un’occhiata a questo video dell’Università di Yale (nella cui biblioteca è conservato il manoscritto); notate come sia impaginato in modo peculiare!

C’è anche chi crede di averlo decifrato!

Per ogni mistero ci sarà sempre lo studioso o anche il semplice curioso di turno che afferma di aver trovato la chiave per risolverlo, e il manoscritto di Voynich non fa eccezione, anche se tra tutte le teorie finora non ce n’è una che sia stata davvero accettata come credibile dalla comunità scientifica.

Nel maggio del 2019 l’Università di Bristol, con grande sicurezza, ha affermato che un suo ricercatore, Gerard Cheshire, avrebbe “avuto successo dove innumerevoli crittografi, studiosi di linguistica e programmi informatici avevano fallito”, identificando linguaggio e scopo del manoscritto: la sua teoria è che fosse un testo terapeutico redatto da delle suore per Maria di Castiglia, regina d’Aragona, e che sia l’unica testimonianza dell’esistenza di una lingua proto-romanza. Poco dopo che l’articolo di Cheshire fu pubblicato, tuttavia, ricevette dure critiche da parte di altri studiosi, tra cui la dottoressa Lisa Fagin Davis, esperta del Voynich, e sembra che l’Università di Bristol abbia ormai cancellato le sue dichiarazioni, facendo un passo indietro.

Per mettere tutto in prospettiva, la lingua proto-romanza che Cheshire ha dichiarato essere quella con cui è stato scritto il Voynich è una lingua ricostruita dagli studiosi che dovrebbe essere l’antenata delle lingue romanze, ovvero quelle che si sono evolute dal latino volgare tra il terzo e l’ottavo secolo, Italiano incluso.

Alfabeto voynichese, immagine di Wikicommons tratta dal sito Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities

Le ipotesi fantasiose non mancano, insomma, tra cui quella di un nostro connazionale, il geometra Giuseppe Bianchi che, appassionato di enigmi storici sosterrebbe che il manoscritto è una forma di proto-tipografia fatta con degli stencil, o quella decisamente più di trolliana materia che dichiara che il manoscritto è chiaramente un antico e perduto manuale di Dungeons&Dragons, il noto gioco di ruolo.

Per quanto mi riguarda la fascinazione che il manoscritto provoca in chiunque ne venga a conoscenza è in gran parte provocata da quella sensazione di essere di fronte a qualcosa di misterioso e occulto, qualcosa che forse è meglio rimanga irrisolto, anche solo per continuare ad alimentare la nostra immaginazione.

Sitografia:

Pagina Wikipedia su Wilfrid Voynich

Pagina Wikipedia su Edward Kelley

Pagina Wikipedia su John Dee

Pagina Wikipedia sul manoscritto di Voynich

Pagina Wikipedia su Ruggero Bacone

K. Knight, S. Reddy, What We Know About The Voynich Manuscript, Association for Computational Linguistics, Proceedings of the 5th ACL-HLT Workshop on Language Technology for Cultural Heritage, Social Sciences, and Humanities, pagine 78–86, Portland, OR, USA, 24/6/2011

M. A. Montemurro, D. H. Zanette, Keywords and Co-Occurrence Patterns in the Voynich Manuscript: An Information-Theoretic Analysis, Plos One, 21/6/2013

F. Knapp, Inside the Mystery of an Untranslatable 600 Year Old Book, Messy Nessy Cabinet of Chic Curiosities, 2/7/2020

F. Sindici, “Ho svelato la lingua segreta del manoscritto Voynich”, La Stampa, 7/4/2016 aggiornato all’8/7/2019

F. Cataluccio, Il manoscritto indecifrabile e il tafano, Il Post, 17/12/2018

V. Rita, È stato davvero decifrato il manoscritto Voynich?, Wired, 16/5/2019

E. Addley, University backtracks on disputed Voynich manuscript theory, The Guardian, 17/5/2019

Racconto: L’eremita- il disgelo

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 75

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

La solitudine di questa baita alle pendici del Plauris è un balsamo su ferite che mi hanno lacerato per troppo tempo; mi guarisce adagio in un silenzio che è sposo, amico, amante e custode. Nei miei due anni qui ho osservato le stagioni mutare attraverso il sottile vetro della finestra mentre sono rimasta congelata in un attimo eterno, nella lentezza di ogni giorno. 

Ai primi segni di freddo intenso indossavo guanti di lana e mentre i pennelli si asciugavano vicino alla stufa accesa osservavo i primi cristalli di neve scendere senza fretta. Nello sbocciare della primavera, quando ancora sentivo il bisogno del calore del legno arso, riposavo in lunghi pomeriggi assolati e raccoglievo grandi mazzi di ginestra stellata e foglie d’ortica; quando il monte diventava tiepido e clemente mi mettevo in cammino tra gli alberi fitti come una pellegrina con blocco da disegno e matite per raggiungere prati di aconito e iperico montano sotto cieli dall’azzurro sacro; e mentre le foglie dei faggi cominciavano ad arrossire riempivo il vuoto della tela tra il profumo delle castagne raccolte nel profondo del bosco e arrostite sul fuoco.

In questo placido trascorrere, in questo tempo che si dilata e si fa divinità, le uniche costanti sono il fruscio del pennello, il canto dei colori, la sfida della tela e mia sorella. 

Laura viene da me ogni sabato mattina per portarmi la spesa e assicurarsi che io stia bene. È l’unica persona con la quale abbia parlato da quando sono qui. A volte mi racconta di suo figlio, Matteo, che non ho mai visto; immagino la sua pelle come neve e i suoi pianti nubifragi. 

«Non ti piacerebbe conoscerlo, Alice?» mi chiede una mattina d’inverno. Resto in silenzio; certo che mi piacerebbe: Laura me ne ha parlato così tanto che mi sembra quasi di vederlo spalancare gli occhi alle novità di un mondo che cambia veloce con lui, uno al quale non appartengo più.

«No», mento, e me ne pento subito. «Non ancora, almeno», aggiungo per addolcire l’amaro della risposta, ma il danno è fatto. Laura se ne va senza toccare più l’argomento e mi lascia da sola con il mio rimorso.

La settimana che segue passa lenta. Non guardo l’orologio e misuro il passare del tempo in legna bruciata. Il fumo che esce quando apro lo sportello mi entra nei polmoni e mi fa lacrimare gli occhi; in cerca di aria pulita esco nella neve spessa, avvolta nella coperta più pesante che possiedo. Con i piedi bagnati nonostante le scarpe, il viso arrossato dal freddo pungente e le dita già quasi intorpidite, socchiudo gli occhi e inspiro a fondo in quella coltre gelida che tutto fa tacere. Dietro di me, nella mia piccola baita calda come il grembo di una madre, il pavimento è coperto da fogli sparsi, bozzetti di neonati a carboncino, studi sul nipote che non ho mai conosciuto e che ha suscitato in me un desiderio di contatto che non ho provato per anni.

Ascolto i brividi che hanno cominciato a scuotermi e rientro. Piego la coperta, metto le scarpe ad asciugare e mi siedo per terra davanti al fuoco tra i disegni e la mia malinconia. Sospiro e chino la testa, ormai arresa a un cambiamento che so di non poter più evitare. Il silenzio sembra approvare. È pieno inverno, ma il disgelo sta iniziando.

Racconto: L’imperatrice

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 75

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi su Behance

Non ho mai saputo come si chiamasse: per me lei è sempre stata l’Imperatrice. 

La vidi per la prima volta un mattino di fine settembre quando salii per caso su una corriera diversa dal solito. Non era passato neanche un mese dal mio ingresso al liceo; scuola, compagni, ritmi nuovi: tutto mi esaltava e intimoriva al tempo stesso e navigavo attraverso quelle acque turbolente aggrappandomi a ogni salvagente a mia disposizione. Lei, invece, non sembrava avere bisogno di nulla. Non galleggiava a stento: camminava sull’acqua. Fu per questo che non potei fare a meno di notarla. 

Era seduta in fondo alla corriera, al centro come un’imperatrice sul suo trono, e dai sedili a destra e sinistra i suoi amici si sporgevano in avanti per parlare con lei; anche se non avesse occupato il sedile più visibile da tutti, però, sarebbe stato impossibile non restare affascinati: il suo portamento, i suoi gesti, come parlava…tutto di lei sembrava dichiarare al mondo quanto fosse speciale. 

La mia adorazione crebbe giorno dopo giorno, corsa dopo corsa. Cominciai a vestirmi come lei, mi tinsi i capelli dello stesso colore, provai a indovinare quale musica ascoltasse o cosa le piacesse leggere per farlo io stessa. Non sapevo nulla di lei, che scuola frequentasse o cosa la facesse ridere o piangere; non conoscevo il suo indirizzo o quale fosse il suo colore preferito. Sapevo soltanto che veneravo la sua sicurezza innata e che mi ritrovavo sempre di più ad allenarmi davanti allo specchio per parlare o sorridere come le avevo visto fare. Capii presto che non volevo assomigliarle: volevo essere lei. Volevo essere l’Imperatrice. 

Forse per questo sua sparizione improvvisa fu come un pugno allo stomaco: era il primo giorno di scuola del mio secondo anno e avevo atteso tutta l’estate, scalpitando, di vederla di nuovo. Volevo che mi notasse. 

Quella mattina mi alzai prestissimo. Osservai allo specchio il mio riflesso, ormai così simile a lei, con la certezza che saremmo diventate grandi amiche. Mi immaginai seduta alla sua destra mentre mi confessava quanto fosse felice di aver trovato qualcuno che finalmente riusciva a capirla e sorrisi, soddisfatta.

Scelsi con cura i miei vestiti e controllai mille volte gli orari delle corse. Alla fermata non riuscivo a stare ferma, sentivo le dita informicolate dall’ansia. Quando la corriera arrivò salii i gradini, guardai in direzione del sedile che era sempre stato dell’Imperatrice e lo trovai vuoto. 

Mi sedetti al mio solito posto sentendomi confusa. Mi dissi che era un caso e che stava saltando il primo giorno con i suoi amici ma mancò anche il secondo giorno, il terzo, e il resto della prima settimana di scuola. A metà della seconda dovetti fare i conti con la brutale verità: non sarebbe tornata. 

Ritornata da scuola mi chiusi in camera e piansi prendendo a pugni il letto. Restai sveglia tutta la notte senza riuscire a spiegarmi come mi avesse potuto abbandonare. E poi, in un lampo di genio, capii. Non mi aveva lasciata, tutt’altro.

La mattina del terzo lunedì di scuola scostai i capelli dal viso e mi sistemai la camicetta prima di salire sulla corriera. Attraversai il corridoio sentendo gli occhi di tutti puntati su di me. Anche loro sapevano, anche loro capivano.

Mi sedetti sul trono mentre un brivido d’eccitazione mi attraversava la schiena: finalmente avevo ciò che mi spettava di diritto. Da lì potevo vedere tutta la corriera ai miei piedi, non avevo mai sentito un potere così inebriante. Soppressi un risolino: era così che si doveva essere sentita, indistruttibile. Respirai a fondo, le mani rilassate.

«L’Imperatrice è morta», sussurrai mentre raddrizzavo la schiena e piegavo le labbra in un sorriso sbieco. «Viva l’Imperatrice.»