Come comunicare da scrittrice sui social?

Consigli, Scrittura

Sono sui social da parecchio tempo, ma ho cominciato a pubblicare contenuti su libri e scrittura e posizionarmi come scrittrice da circa tre anni; con questa decisione, quella di “metterci la faccia”, è arrivata anche la scelta su come comunicare e comunicarmi.

La mia parabola, il mio character arc, se vogliamo, di persona che tutti i giorni si fa vedere sui social con contenuti più o meno leggeri o impegnati, è stata abbastanza tipica: inizialmente mi sentivo un po’ rigida, non ero abituata a essere dall’altra parte dello schermo e facevo fatica a mostrarmi e parlare; poi, negli anni, la mia comunicazione è diventata sempre più naturale e io mi sono fatta vedere in maniera sempre più completa. Nulla di nuovo, forse: credo che chiunque, quando inizia, si senta un po’ un pezzo di legno; oggi però non voglio parlare di banalità stile “devi scioglierti, vedrai che pian piano ce la fai”, ma di linguaggio: sono una scrittrice in fondo, le parole e come le usiamo sono il mio pane quotidiano.

Il linguaggio che uso sui social si è modificato di pari passo con la mia trasformazione e man mano che mi sentivo a mio agio “davanti alla telecamera”, ma è importante notare che il linguaggio e il “tono” che usavo all’inizio erano un diretto riflesso di ciò che pensavo di dover usare come scrittrice sui social e nella vita per essere presa sul serio, per essere credibile, insomma, nella mia posizione improvvisamente molto pubblica.

Complice anche l’università, prima di approdare sui social (e per qualche tempo anche durante) pensavo di dover parlare in modo sempre corretto, senza espressioni gergali o abbreviazioni, con una punteggiatura immancabilmente ineccepibile, senza sbavature e imperfezioni: insomma, credevo di dover comunicare nei social ogni giorno come se dovessi dimostrare che sì, so scrivere, credetemi, lo potete vedere proprio dai miei post e le mie stories su Instagram.

La questione della credibilità come scrittrice è una che mi sta parecchio a cuore, e della quale ho parlato diverse volte sui social: che cosa mi dà il permesso o meno di chiamarmi scrittrice? Da chi devo ricevere l’approvazione per osare farlo? Che cosa può far dire a chi mi giudicherà “sì, questa è proprio una scrittrice”?

E no, non scrivo sui social come scrivo i miei romanzi: sarebbe abbastanza assurdo, in fondo, prendere una mia story su Instagram e credere che possa rappresentare davvero un buon esempio di ciò che significa leggere una mia storia. Stessa cosa per questi articoli sul blog: esistono diversi tipi di scrittura, è un semplice dato di fatto.

Insomma, più comunicavo in maniera così pubblica e social, più mi rendevo conto che se avessi continuato a parlare in modo perfetto, senza le sbavature, imprecazioni o coloriture tipiche della mia parlata “normale”, avrei continuato a dare un’immagine non veritiera di me.

Non solo: più andavo avanti, più mi accorgevo che quello standard, quello che pensavo mi avrebbe reso “credibile”, qualsiasi cosa significhi, era uno che veniva ed era riconosciuto come tale da rinsecchiti accademici boomer, ammuffiti nelle loro convinzioni arcaiche, e che la comunicazione da social è e deve essere molto diversa dalla scrittura di un romanzo; infine, che non ho nulla da dimostrare, perché i miei lavori parleranno per me.

Le storie che voglio raccontare non sono per chi crede che questo standard sia giusto, o per chi mi darebbe approvazione solo se parlassi in modo forbito: quindi perché farlo? Che senso ha? Non è meglio parlare in modo più naturale, essere me stessa e mostrare chi sono per davvero in modo da attrarre le persone giuste?

Credo che qui in Italia ci sia ancora parecchia strada da fare: l’immagine degli scrittori/le scrittrici/l* scrittor* è ancora molto da svecchiare, perché ancorata appunto a quegli standard che non possono che essere deleteri per chiunque voglia approcciarsi a questo mondo da una parte, cioè quella di chi scrive o vorrebbe scrivere, e dall’altra, di chi legge.

Quindi sì, questa scrittrice scrive in modo colloquiale sui social, usa le abbreviazioni e gli acronimi, fa errori di battitura (perché ha poco tempo e rileggere tutto mille volte per essere sicura ruba tempo ed energie) ed è, soprattutto, umana. E va benissimo così. Preferisco che sia la mia umanità a parlare, piuttosto che una versione ingessata di me confezionata per chi comunque non mi darebbe la sua approvazione.

Questa non è la prima volta che parlo di tutto questo, ma è un argomento di cui ho sempre cose da dire e in questo articolo ci sono diversi spunti che vorrei approfondire: fammi sapere se ti interessa nei commenti!

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