Come comunicare da scrittrice sui social?

Consigli, Scrittura

Sono sui social da parecchio tempo, ma ho cominciato a pubblicare contenuti su libri e scrittura e posizionarmi come scrittrice da circa tre anni; con questa decisione, quella di “metterci la faccia”, è arrivata anche la scelta su come comunicare e comunicarmi.

La mia parabola, il mio character arc, se vogliamo, di persona che tutti i giorni si fa vedere sui social con contenuti più o meno leggeri o impegnati, è stata abbastanza tipica: inizialmente mi sentivo un po’ rigida, non ero abituata a essere dall’altra parte dello schermo e facevo fatica a mostrarmi e parlare; poi, negli anni, la mia comunicazione è diventata sempre più naturale e io mi sono fatta vedere in maniera sempre più completa. Nulla di nuovo, forse: credo che chiunque, quando inizia, si senta un po’ un pezzo di legno; oggi però non voglio parlare di banalità stile “devi scioglierti, vedrai che pian piano ce la fai”, ma di linguaggio: sono una scrittrice in fondo, le parole e come le usiamo sono il mio pane quotidiano.

Il linguaggio che uso sui social si è modificato di pari passo con la mia trasformazione e man mano che mi sentivo a mio agio “davanti alla telecamera”, ma è importante notare che il linguaggio e il “tono” che usavo all’inizio erano un diretto riflesso di ciò che pensavo di dover usare come scrittrice sui social e nella vita per essere presa sul serio, per essere credibile, insomma, nella mia posizione improvvisamente molto pubblica.

Complice anche l’università, prima di approdare sui social (e per qualche tempo anche durante) pensavo di dover parlare in modo sempre corretto, senza espressioni gergali o abbreviazioni, con una punteggiatura immancabilmente ineccepibile, senza sbavature e imperfezioni: insomma, credevo di dover comunicare nei social ogni giorno come se dovessi dimostrare che sì, so scrivere, credetemi, lo potete vedere proprio dai miei post e le mie stories su Instagram.

La questione della credibilità come scrittrice è una che mi sta parecchio a cuore, e della quale ho parlato diverse volte sui social: che cosa mi dà il permesso o meno di chiamarmi scrittrice? Da chi devo ricevere l’approvazione per osare farlo? Che cosa può far dire a chi mi giudicherà “sì, questa è proprio una scrittrice”?

E no, non scrivo sui social come scrivo i miei romanzi: sarebbe abbastanza assurdo, in fondo, prendere una mia story su Instagram e credere che possa rappresentare davvero un buon esempio di ciò che significa leggere una mia storia. Stessa cosa per questi articoli sul blog: esistono diversi tipi di scrittura, è un semplice dato di fatto.

Insomma, più comunicavo in maniera così pubblica e social, più mi rendevo conto che se avessi continuato a parlare in modo perfetto, senza le sbavature, imprecazioni o coloriture tipiche della mia parlata “normale”, avrei continuato a dare un’immagine non veritiera di me.

Non solo: più andavo avanti, più mi accorgevo che quello standard, quello che pensavo mi avrebbe reso “credibile”, qualsiasi cosa significhi, era uno che veniva ed era riconosciuto come tale da rinsecchiti accademici boomer, ammuffiti nelle loro convinzioni arcaiche, e che la comunicazione da social è e deve essere molto diversa dalla scrittura di un romanzo; infine, che non ho nulla da dimostrare, perché i miei lavori parleranno per me.

Le storie che voglio raccontare non sono per chi crede che questo standard sia giusto, o per chi mi darebbe approvazione solo se parlassi in modo forbito: quindi perché farlo? Che senso ha? Non è meglio parlare in modo più naturale, essere me stessa e mostrare chi sono per davvero in modo da attrarre le persone giuste?

Credo che qui in Italia ci sia ancora parecchia strada da fare: l’immagine degli scrittori/le scrittrici/l* scrittor* è ancora molto da svecchiare, perché ancorata appunto a quegli standard che non possono che essere deleteri per chiunque voglia approcciarsi a questo mondo da una parte, cioè quella di chi scrive o vorrebbe scrivere, e dall’altra, di chi legge.

Quindi sì, questa scrittrice scrive in modo colloquiale sui social, usa le abbreviazioni e gli acronimi, fa errori di battitura (perché ha poco tempo e rileggere tutto mille volte per essere sicura ruba tempo ed energie) ed è, soprattutto, umana. E va benissimo così. Preferisco che sia la mia umanità a parlare, piuttosto che una versione ingessata di me confezionata per chi comunque non mi darebbe la sua approvazione.

Questa non è la prima volta che parlo di tutto questo, ma è un argomento di cui ho sempre cose da dire e in questo articolo ci sono diversi spunti che vorrei approfondire: fammi sapere se ti interessa nei commenti!

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I corpi grassi nei libri- parte 2

Consigli, Inclusività, Scrittura

La volta scorsa ti ho parlato di quella volta in cui, attraverso al mio profilo Instagram, ho chiesto alle persone che mi seguono di che cosa sentono di avere più bisogno quando si parla di rappresentazione grassa (in particolare, nei libri). Una risposta per domarle tutte (semicit.) è, molto semplicemente: avere più rappresentazione grassa nei libri, punto, perché al momento il panorama è davvero desolante, soprattutto se si considerano solo libri in italiano, ma anche putroppo in inglese. È come se…è come se il mondo non volesse vedere corpi grassi, come se fossero discriminati. Che strano, vero? (/sarcasmo)

Visto che questa serie di articoli è nata soprattutto per chi scrive, per dare una spintarella in modo che creare personagg* grass* rappresentat* in modo corretto sia sempre meno un sogno e sempre più realtà, parliamo di scrittura e consideriamo oggi questa domanda:

“Ma se voglio fare una rappresentazione corretta devo evitare a tutti i costi di inserire discriminazione grassofobica nelle mie storie?”

Per rispondere in modo completo dobbiamo prima fare un salto indietro e ragionare un po’. Come in tanti casi quando si parla di discriminazioni che le persone subiscono nel mondo reale, è necessario per prima cosa fare un esame del proprio privilegio e delle proprie ragioni per trattare tale discriminazione, perché una rappresentazione corretta e non offensiva può solo venire da un luogo in cui l’apertura, l’empatia e l’onestà sono chiare ed esplorate. Quindi come prima cosa devi chiederti:

Se sei una persona magra che non è mai stata vittima di grassofobia, perché vuoi inserirla nella tua storia?

Do per scontato in questa sede che tu abbia, prima di tutto, fatto i compiti per casa, ovvero che ti sia informat* attraverso diverse fonti su cosa significhi essere una persona grassa in un mondo che ti rifiuta, che tu abbia chiari i significati di diet culture, di grassofobia, di immagine corporea, di body positivity e body neutrality, che tu abbia studiato qualche testo scritto da attivist* sull’argomento, che tu segua qualche attivista grass*, che tu sappia riconoscere la grassofobia in tutte le sue forme: questo è il lavoro di base.

Poi viene la fase di self-reflecting in cui ti poni domande importanti come quella che dà il titolo a questa sezione. Che cosa esattamente ti spinge a voler parlare di questo argomento? È, per esempio, qualcosa che vuoi esplorare perché vuoi dare visibilità a una categoria che non ne ha? È perché in questo modo intendi combattere la tua grassofobia interiorizzata? Perché vuoi essere alleat* alla comunità grassa? Ma soprattutto, sei pront* ad affrontare eventuali conflitti interni e realizzazioni su di te e sul tuo privilegio?

Tutto questo lavoro e queste domande valgono doppiamente se sei una persona magra, ma non sono da escludere nemmeno se sei una persona grassa: non è detto che, anche se sei grass*, che tu non abbia grassofobia interiorizzata, o che tu abbia dimestichezza con il mondo della fat liberation anche se hai ovviamente esperienze dirette di discriminazione legata al tuo corpo. Nasciamo tutt* in una società grassofobica, e abbiamo diverse cose da disimparare anche quando siamo noi stess* colpiti da questo tipo di discriminazione: ci sono passata personalmente e posso attestare che è esattamente così, e non è colpa del singolo individuo.

Inserire discriminazione nella tua storia è davvero necessario?

Così come se scrivi di personaggi queer/lgbtqia+ non è necessario inserire l’omolesbobitransafobia e la queerfobia, se scrivi di personaggi grassi non è necessario inserire discriminazioni basate sulla grassofobia.

“Ma Giulia, una persona grassa fa necessariamente esperienza di grassofobia nella sua vita”, potrebbe essere il tuo controargomento.

Beh, sì, è vero: non credo che esista persona grassa che sia cresciuta e/o vissuta nei paesi occidentali che non abbia nel suo arsenale almeno una storia dell’orrore legata alla discriminazione sul suo corpo. Però, e questo è un bel però, anche se il nostro mondo è ben lontano dall’essere grassofobia-free, non è detto che chi leggerà il tuo libro abbia voglia di essere mess* davanti a questa cosa.

A volte leggiamo per evadere, ma al tempo stesso è bello vedersi rappresentat* sulla carta e sapere che possiamo essere l* protagonist* di quella (e di altre) storie, you know?

Questo ovviamente dipende da storia a storia, e da romanzo a romanzo. Non sto dicendo che devi per forza eliminare la grassofobia dal tuo libro: anzi, inserirla in modo corretto può essere catartico, un modo per denunciare quanto ancora abbiamo da fare per avere una società equa e giusta per tutt*; può essere un momento di solidarietà con chi ti leggerà (“Vedi? Anche la protagonista soffre per questa cosa, non sei sol*”). Insomma, ci sono sicuramente dei lati positivi.

Quello che ti sto chiedendo è, per ritornare al titolo di questa sezione: è necessario inserirla nella tua storia, al netto di tutto? Se sì, bene, vai pure, e assicurati di rendere giustizia a chi la grassofobia la deve portare sul groppone ogni giorno nella vita reale. Se no, invece, sappi che va bene eliminarla del tutto o quasi; sappi che le storie senza discriminazione hanno il loro perché.

Entrambe le strade sono percorribili, insomma, e la chiave è scegliere con consapevolezza quale percorrere.

E questo è quanto per oggi. Grazie di aver letto, ci vediamo nel terzo post della serie “I corpi grassi nei libri” con una serie di risorse dalle quali partire per assicurarti di fare una rappresentazione corretta dei corpi grassi e per confrontarti con la grassofobia. A presto!

Non dimenticarti di scrivermi un commento qui sotto se hai qualcosa da aggiungere al tema trattato oggi.

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Come scegliere un’agenzia letteraria? La mia esperienza

Consigli, Scrittura

Se mi segui sui social (Instagram e/o Tiktok) ormai saprai bene che sto lavorando alla mia trilogia con la scout di un’agenzia letteraria e spesso mi viene chiesto, proprio per questo motivo, se ho consigli su come cercare, contattare e scegliere agenzia letteraria: certo che ne ho! Ti racconto proprio in questo articolo la mia esperienza di rifiuti e successi dalla quale ho imparato molto e potrai imparare anche tu.

Da dove partire?

Potrei dirti un’ovvietà ed esortarti a cercare “agenzie letterarie italiane” su google, ma non voglio insultare la tua intelligenza. Certo, si parte spesso da lì, ma probabilmente ci hai già pensato, giusto?, e ti sei trovat* di fronte una miriade di risultati che forse, invece di darti speranza, ti hanno un po’ scoraggiat*. Lo capisco, in fondo è un po’ ciò che ho provato anch’io all’inizio della ricerca.

Per evitare di cedere allo scoraggiamento ho agito su due fronti:

  1. Ho dato un’occhiata ai profili social di autori e autrici che conosco e che stimo per vedere se avessero mai parlato della loro agenzia o avessero il link/la menzione dell’agenzia in bio; ho inoltre controllato i frontespizi dei libri scritti da italian* per cercare eventuali menzioni dell’agenzia che rappresenta l* scrittor*. Non sempre si trova, ma può essere uno dei modi per trovarne di buone e soprattutto, visto che si parla di autori/autrici che stimi, di allineate con ciò che vorresti scrivere/che scrivi.
  2. Mi sono armata di pazienza e sono partita da qui: questo è il sito dell’Adali, l’associazione degli agenti letterari italiani. Non comprende tutte le agenzie, ma almeno è un ottimo punto di partenza visto che “si propone come organismo garante di professionalità e rispetto deontologico nei confronti degli agenti letterari associati e dei loro clienti.” Basta andare nella sezione nella quale è presente la lista di associati e il gioco è fatto. O meglio, il gioco è iniziato: sì, perché ora quello che devi fare è aprire il sito di ogni singola agenzia e controllare se faccia per te.

Come faccio a sapere se un’agenzia fa per me?

Io ho usato tre fattori per scremare un po’ la lista:

  1. Che tipo di autori/autrici rappresentano? Di quale genere sono i libri rappresentano di più? Di quale target di lettura? (Ci sono per esempio agenzie letterarie che si specializzano in libri per bambini!) Quali sono le case editrici con le quali i libri de* autor* che rappresentano pubblicano di più? E soprattutto: il progetto che voglio sottoporre all’agenzia rientra nelle loro corde?
  2. Che sensazione mi danno “a pelle”, dopo aver esplorato bene il loro sito, la sezione contatti e le loro pagine social? Che tipo di approccio hanno verso gli invii spontanei, verso l* esordient*?
  3. L’unico modo per proporre loro un progetto è attraverso una scheda di lettura a pagamento?

Nota: le schede di lettura

Nella ricerca dell’agenzia perfetta questo è un aspetto da considerare bene, quindi voglio aprire questa parentesi necessaria.

Che cos’è una scheda di lettura? È, molto in breve, una scheda in cui sono evidenziati i punti di forza e debolezza del tuo romanzo. Può essere uno strumento molto utile per essere sicur* che il tuo testo sia pronto o, in caso contrario, per avere delle note su cosa migliorare. Si tratta di un lavoro di analisi che è giusto pagare. Meno giusto trovo il fatto che certe agenzie mettono la scheda di lettura obbligatoria per avere l’opportunità di essere considerat* da loro in vista di una possibile rappresentanza. (Nota bene che pagare per avere una scheda di lettura non significa un’automatica rappresentanza!)

Come detto può essere uno strumento molto utile, e se il tuo scopo è capire su cosa lavorare meglio e su cosa invece puntare ti consiglio di considerare questa strada.

Personalmente non avevo bisogno di una scheda di lettura, né avevo i fondi per pagarne una o più di una (di solito partono dai 200 euro): a me interessava solo sapere se il mio progetto poteva interessare a un’agenzia per la rappresentanza, quindi ho scartato direttamente quelle che avevano una scheda di lettura obbligatoria e come unica modalità di invio spontaneo. (Questo, devo dire, ha assottigliato di molto la lista.)

Ok, ho sfoltito la lista, ora che si fa?

Ora, my friend, è tempo di sfoltirla ancora di più: consiglio di scegliere non più di cinque/sei agenzie alle quali mandare il tuo lavoro, e di assicurarti che soddisfino tutti i tuoi requisiti e ti ispirino fiducia. Non mettere le tue uova in troppi panieri, ma scegli pochi e buoni. Io, per esempio, ho inviato a sole tre agenzie la proposta per la trilogia alla quale sto lavorando.

Quando sei riuscit* a trovare quella manciata di agenzie alle quali affideresti senza battere ciglio il tuo lavoro, è il momento di preparare il materiale che ti servirà per la mail da inviare come proposta.

Preparazione all’invio

Attenzione qui perché ogni agenzia ha regole diverse! Studia bene la loro pagina contatti e segui alla lettera ciò che ti chiedono di inviare loro. Non lo sottolineerò mai abbastanza: se ti chiedono tre cose, allora tu invierai loro tre cose; non quattro, non tre e mezza: tre e basta. Tieni conto che queste persone ricevono una marea di mail come le tue: sii sintetic* e professionale, e non sforare mai per rispetto della persona che c’è dall’altra parte della mail.

Di solito le agenzie chiedono questi materiali, o qualche variazione sul tema:

  1. La tua biografia: dev’essere corta e informativa; lascia stare le banalità tipo “ho desiderato essere uno scrittore fin da bambino” o la sfilza di corsi e titoli di studio: concentrati piuttosto su ciò che ti rende interessante, cosa influenza la tua scrittura oltre a qualche informazione biografica pertinente.
  2. Un estratto del tuo testo: la lunghezza dipende molto da agenzia ad agenzia. Anche qui resta con precisione nel numero di battute, spazi compresi, indicate da loro.
  3. Una sinossi del tuo testo, che dev’essere raccontata in modo abbastanza analitico (evita come il demonio qualsiasi “auto-complimento” e giudizio personale sull’opera, per l’amor del cielo) e deve comprendere la fine. Non ti preoccupare degli spoiler: questo testo è solo per addett* ai lavori ed è quindi essenziale includere tutto. Anche qui resta nel numero di battute o cartelle indicato. Consiglio di fare diverse prove di sinossi fino a trovare una che resti in un tot di caratteri e che funzioni.

Importante è anche il testo della mail: tienilo corto, informativo e con qualche brevissima parola sul progetto che stai inviando, non serve molto, giusto per incuriosire visto che tutto il necessario sarà in allegato.

In questo post su ko-fi ho reso disponibile la cover letter, sinossi e biografia che mi ha permesso di essere contattata dopo pochi giorni dalla mia scout; è un contenuto a pagamento, disponibile anche con una donazione una tantum.

E la risposta?

Forse ti sorprenderà sapere che non tutte le agenzie rispondono, anzi, spesso non lo fanno. Ti consiglio di mettere una nota sul calendario a tot mesi dalla data di invio della mail per non stressarti troppo e/o controllare la mail in modo ossessivo (parlo per esperienza): se non avrai ricevuto risposta entro quella data, puoi avere la certezza che quello dell’agenzia è un rifiuto e puoi quindi metterti il cuore in pace.

Il minimo che ho visto indicato come tempo di risposta sono due mesi, il massimo sei mesi: varia da agenzia ad agenzia. Per contesto, io ho ricevuto la risposta della mia scout a due/tre giorni dall’invio della mail.

In bocca al lupo!

Ora che sei pront* non posso fare altro che farti un grande in bocca al lupo, perché in questo mestiere l’abilità è essenziale, ma a volte serve davvero una botta di culo.

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I corpi grassi nei libri- parte 1

Consigli, Inclusività, Scrittura

Qualche tempo fa ho pubblicato nelle mie stories di Instagram una riflessione su come ci sia una grande rarità di rappresentazione di corpi grassi nei libri. Ragionavo che è qualcosa di cui mi lamento spesso, ma che pur essendo una scrittrice non avevo mai considerato prima di quel momento che posso essere io il cambiamento, che posso fare la mia parte affinché ci sia più rappresentazione in un modo molto semplice: inserire personagg* grass* nelle mie storie.

Semplice, no? Hai inventato l’acqua calda, mi dirai.

Eppure prima di quel momento sono sincera se dico che la cosa non mi era nemmeno passata per la testa. Era come se non fosse per me nemmeno un’opzione. E nel momento in cui mi sono resa conto di questi ragionamenti che abitavano tra le righe dei miei pensieri, ho reagito con fastidio:

“Ma come”, mi sono detta. “Proprio io che sono grassa e mi lamento costantemente della scarsità di protagonist* grass* non ho mai nemmeno creduto che fosse possibile scriverne? La cosa non ha nessun senso.”

Ed è per questo, perché non ha nessun senso eppure è proprio così, che ho deciso di scrivere questa serie di post, in cui il fil rouge è appunto la rappresentazione dei corpi grassi in letteratura.

In questo primo post vorrei condividere le risposte che ho ricevuto alla box domande che ho messo nelle stories di instagram quando ho reso pubblico questa mia riflessione. Queste risposte sono, secondo me, un ottimo punto di partenza che può aiutare chi scrive, e vuole scrivere di corpi grassi, a capire di che cosa ha bisogno il pubblico, che cosa vorrebbe vedere e cosa no.

Ecco quindi cosa hanno risposto alle persone quando ho chiesto di continuare questa frase: “abbiamo bisogno di rappresentazione grassa, di leggere di persone grasse che”:

-intraprendano una quest epica;

-fluttuino nello spazio;

-combattano contro il male;

-salvino il culo a tutt*;

-guidino la ribellione contro i poteri forti;

-abbiano un ruolo importante;

-siano leader;

-non siano la solita spalla comica della protagonista e non siano il personaggio comico;

-non siano simpatiche, non facciano ridere, siano stronze;

-falliscano (e va bene così);

-si ficchino nei guai;

-non siano brave solo a cucinare;

-amino il cibo: dire di volere una fetta di torta non deve essere tabù;

-non siano definite unicamente dal loro essere grasse o in base al loro peso;

-non siano discriminate in base al loro peso;

-siano delle fortissime donne in carriera che amano ciò che fanno;

-non siano materne;

-siano personagg* fort*;

-siano in salute;

-non siano l’unica persona grassa del gruppo;

-siano desiderate e desiderino;

-siano oggetto di desiderio romantico e non perché belle dentro, abbiano successo in ambito sentimentale;

-abbiano relazioni di vario tipo e abbiano rapporti soddisfacenti, non per forza romantici;

-scopino un sacco;

-non si scusino d’esistere;

-non si sentano meno belle o brave;

-siano alla moda;

-facciano sport;

-abbiano successi sportivi;

-non siano sportive e atletiche e comunque vadano bene così come sono;

-non si facciano complessi per il peso;

-vivano la loro vita con gioia;

-siano serene;

-non abbiano bisogno di un’altra persona per sentirsi belle;

-possano vivere la loro vita in libertà;

-vivano la propria vita e stiano bene con se stesse, siano a proprio agio nel loro corpo;

-il loro corpo grasso sia descritto con aggettivi positivi.

E questo è quanto per oggi. Grazie di aver letto, ci vediamo nel secondo post della serie “I corpi grassi nei libri” con un mio ragionamento sulla rappresentazione della discriminazione dei corpi grassi nei libri: è mai ok? La risposta, come direbbero i peggiori titoli di articoli clickbait, ti sorprenderà. A presto!

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Due grossi motivi per cui non mi piace il NaNoWriMo…

Consigli, Scrittura

…e uno piccolo per cui mi piace.

Tempo di lettura: 5,07 minuti

Novembre è un mese frenetico per chi scrive, si sa; già da ottobre (o meglio, Preptober) ci si comincia a preparare alla sfaticata che è scrivere un romanzo intero in un mese: è il famoso NaNoWriMo, ovvero National November Writing Month (novembre mese nazionale della scrittura), un’iniziativa benefica nata negli Stati Uniti che presto si è estesa a tutto il mondo, persino qui in Italia, e che invita i partecipanti a scrivere nel mese di novembre cinquantamila parole, che sarebbe un romanzo fatto e finito, mantenendo quindi una media di 1667 parole al giorno.

Nella mia bolla social la maggior parte delle persone che conosco e seguo partecipa, condividendo ogni giorno dei template nelle stories con il conteggio parole del giorno e immagini o citazioni che si riferiscono al loro work in progress, parlando dei temi e personaggi che stanno scrivendo, creando circoli di scrittura per darsi man forte a vicenda e creando contenuti con risorse per aumentare la produttività e scrivere meglio e di più (l’avevo fatto anch’io l’anno scorso: trovi qui il post).

Sono a conoscenza di questa iniziativa da circa tre/quattro anni, e ogni anno mi sono ripromessa di partecipare, ma c’era sempre qualcosa: non ne sapevo ancora abbastanza, non me la sentivo, oppure ero in fase di editing o revisione e non mi sembrava il tipo di lavoro adatto a questa iniziativa.

Solo quest’anno ho deciso coscientemente di non partecipare e ho capito che in realtà il NaNoWriMo non mi piace; non credo nemmeno che mi unirò i prossimi anni alle schiere di scrittorə che si fa il mazzo ancora di più in questo mese in particolare.

Ecco quindi due motivi per cui non mi piace il NaNo:

1. LA COMPETIZIONE, LA PRESSIONE SOCIALE (E SOCIAL).

Non sono contro una competizione sana: può davvero aiutare e motivarci a darci dentro. Tuttavia vedo una tendenza preoccupante, ovvero il “lottare” a colpi di numeri. Mi spiego meglio: per scrivere cinquantamila parole in un mese se ne dovrebbero scrivere ogni giorno 1667. Mi è capitato spesso di guardare i template con il conteggio parole di altre persone e sentirmi a disagio perché magari quel giorno in particolare, per vari motivi, avevo scritto di meno. E se prefissarci un certo numero di parole, battute o pagine da scrivere può essere un modo sano per porci degli obiettivi, la corsa a tutti costi al numero non lo è, specialmente se fatta per un confronto con altre persone.

Ecco cosa mi piacerebbe vedere durante Novembre: più persone che raccontano come scrivere quel giorno le ha fatte sentire, più festeggiamenti per aver raggiunto il proprio obiettivo giornaliero o settimanale (senza sentirsi per forza obbligatə a condividerlo) e meno numeri. I numeri lasciamoli alla contabilità, alla matematica, a tutte quelle cose lì coi numeri; noi scriviamo storie che vogliono fare emozionare, non testi di, uhm, numerologia (lol): ricordiamocelo in questo mese.

2. IL CONCETTO DI “VINCERE” IL NANO.

Il sito del NaNoWriMo incoraggia una gamification del processo offrendo “badges”, delle medaglie virtuali al valore da sfoggiare con lə propriə “buddies”, le persone con cui si vuole condividere il processo sul sito, che è quindi anche social, e in generale quando si riesce a completare la sfida scrivendo le agognate cinquantamile parole si può dire orgogliosamente di aver “vinto” il NaNo.

La tecnica della gamification e di avere un obiettivo comune possono essere efficaci per qualcunə, non lo nego (se lo sono per te, tanto meglio); tuttavia nel concetto stesso di “vincita” è insito quello di “perdita”: per fare qualche esempio, una persona che si è messa a scrivere ogni giorno ma che a malapena è arrivata a mille parole al dì, per esempio, “perderebbe” il NaNo con ventimila parole in meno di quelle richieste. Poco importa l’impegno che ci abbia messo, quanto difficile sia stato per lei ritagliare quel tempo ogni giorno, poco importa l’orgoglio di aver scritto, magari, molto più di quanto fa di solito.

Anche questo problema si riconduce ai numeri, ovviamente; più procedo nel mio percorso di scrittura, più mi rendo conto di quanto la qualità sia molto più importante della qualità. Tre parole pregne di significato valgono anche quanto mille buttate lì a caso. Il NaNo, però, sembra incoraggiare la quantità rispetto alla qualità, cosa comprensibile perché per scrivere un romanzo in un mese non si ha il tempo effettivo per riflettere su ogni parola, ed è anche giusto così: ci sono i momenti per scrivere di fretta, con l’acqua alla gola, e quelli nei quali si riesce a scegliere le parole una a una.

Tutto questo senza contare che molte persone per partecipare e “vincere” scrivono anche quando dovrebbero dormire, e in generale sacrificano momenti che potrebbero essere in realtà essenziali alla loro salute psicofisica. In una società che glorifica l’ammazzarsi (letteralmente) di lavoro e che venera la produttività al costo del benessere, non credo sia una buona cosa.

Ecco cosa vorrei vedere di più durante il NaNo: più consapevolezza riguardo ai propri ritmi e meno smania di vincere. Più ascolto delle proprie necessità in un periodo intenso, meno glorificazione del sacrificio a tutti i costi per il lavoro. Perché sì, è un lavoro.

Nonostante questi grossi problemi che ho personalmente con il NaNo riconosco che sia un’iniziativa ben organizzata e che può fare davvero bene a molte persone. In particolare, ciò che invece mi piace è:

1. IL SENSO DI COMUNITÀ E L’AIUTO RECIPROCO

Quest’anno, pur non partecipando, sto lavorando più intensamente alla riscrittura e immergermi nell’atmosfera di fermento del NaNo rimanendo all’esterno mi fa bene. In particolare trovo che lavorare assieme ad altre persone funzioni molto bene per me, quindi quando la mia amica Donnie mi ha proposto di unirmi a un piccolo gruppo di scrittura questo mese ho accettato con entusiasmo.

Siamo in cinque persone in totale e ci troviamo via video chat (a volte whatsapp, a volte meet) senza la pressione di esserci sempre o a tutti i costi e con invece la gioia di lavorare assieme e parlare dei nostri progetti che ci guida.

Spronarsi a vicenda, creare e rafforzare comunità, e aiutarsi: questi sono i valori che ho scoperto con questo gruppo di scrittura, assieme a una dimensione di condivisione e di rapporti interpersonali sana e motivante. Il NaNo dovrebbe essere più così, senza ansie sul numero di parole e riguardo la “vincita” o a causa della competizione. Semplicemente persone riunite sotto un unico obiettivo.

Hai mai partecipato al NaNo? Mi piacerebbe sapere che ne pensi, soprattutto se non sei d’accordo con me. Puoi scrivermi qui un commento o una mail, la trovi nella sezione contatti di questo sito.

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Tu chiedi, Giulia Risponde: blocco da worldbuilding

Consigli, Q&A, Scrittura

Tempo di lettura: 8 minuti 9 secondi

Tu chiedi, Giulia risponde è la nuova rubrica di “posta della mente” per scrittorə in cerca di consigli empatici, onesti e collaudati.

Immagine di Joey Guidone, parte del progetto Being a Writer su Behance

Oggi inauguriamo una nuova rubrica qui sul blog: “Tu chiedi, Giulia risponde”.

Come forse sai una delle cose in cui credo è la solidarietà e la vicinanza tra noi che scriviamo e che abbiamo grandi sogni; a volte vedo molta competizione tossica nel nostro ambiente, una piaga che possiamo debellare supportandoci a vicenda e condividendo le nostre conoscenze con generosità.

Non fraintendermi, anch’io un tempo conservavo gelosamente ciò che avevo imparato; pensavo: “mi sono fatta il culo per studiare questo manuale/seguire questo corso/capire questa cosa da sola, perché dovrei regalare ciò che ho imparato così, senza nulla in cambio?”

Ecco, lascia che me lo dica da sola: avevo una mentalità povera e arida. Non avevo ancora compreso che sì, molte cose si possono apprendere da sola, ma la possibilità di confrontarsi con altre persone che sono nella nostra stessa situazione ci arricchisce in modi che non potremmo mai immaginare in solitudine.

Non avevo ancora compreso che, anche se passo quella conoscenza a un’altra persona, essa non mi viene magicamente estratta; anzi, la soddisfazione e la gioia di aver condiviso qualcosa di così prezioso è immensa. Non avevo ancora capito che questa non è una gara nella quale sono avvantaggiata se nascondo informazioni vitali, tenendole solo per me.

Una mentalità simile mi danneggiava invece che aiutarmi, l’ho capito man mano che provavo con timidezza ad aprire la mia porta a un modo nuovo di vivere la scrittura: un modo comunicativo in cui la generosità e l’empatia fanno da sovrane. Perché, ricordatelo, siamo tuttə solo delle persone che vivono nella loro fantasia e che trascrivono le immagini che si affollano nelle loro menti davanti a una tastiera. Se c’è una lotta, è con noi stessə: ci mettiamo alla prova ogni volta che ci troviamo davanti a una pagina bianca. E avere un po’ di sostegno da persone che quella lotta la conoscono bene non può che essere positivo.

Ora, senza indugi, passiamo alla domanda che apre questa nuova rubrica!

Ciao Giulia, grazie per i tuoi consigli! In questi giorni ho avuto molte idee per pensare all’organizzazione di un mondo magico e ne sono davvero emozionata, il problema è che non riesco ad adattarlo a una trama. Insomma, per una volta che ho carta bianca non mi viene in mente nulla, e quelle poche cose che mi vengono in mente sembrano mal funzionanti. Hai qualche dritta per superare questa sorta di blocco? Non mi era mai capitato prima, è come avere tra le mani qualcosa di bello senza sapere che farne. -Michela @16micb

Innanzitutto grazie di questa domanda, Michela, perché mi dà l’occasione di parlare di due temi importanti:

  1. L’importanza di unire worldbuilding a trama e personaggi
  2. Come far crescere le idee

UNIRE WORLDBUILDING A TRAMA E PERSONAGGI

Ti è mai capitato di leggere un libro ambientato in un mondo favoloso, dettagliato e credibile al punto da volerci vivere (o, almeno, poterlo visitare)…ma al tempo stesso trovare una trama banale o poco appassionante e personaggi piatti e noiosi? Di solito libri del genere non ci lasciano molto se non una frustrazione di fondo, che a volte ci fa pensare “quanto sarebbe stato bello se solo…”.

Il rischio di suscitare reazioni simili nel lettorə è molto alto se si parte da un elemento di worldbuilding come il sistema magico e non si riesce a sviluppare attorno tutto il resto.

Io la vedo così: ci sono tre macro aree importanti quando si vuole scrivere un romanzo, ovvero worldbuilding, trama e personaggi; di solito la frustrazione che ho descritto sopra si trova quando questi tre elementi non sono in equilibrio, ovvero quando una o due di esse sono sacrificate in favore della terza.

Attenzione: non è sempre così. Ci sono dei romanzi validi e meravigliosi che si basano sui personaggi e che presentano un’ambientazione solo abbozzata e una trama non molto significativa. Per riuscire nell’impresa senza frustrare lə lettorə, però, bisogna avere una tecnica invidiabile ed essere l’eccezione che conferma la “regola”.

Un buon obiettivo per il nostro romanzo, quindi, può essere quello di farlo nascere con un equilibrio tra queste macro-aree, e questo si può fare solo legando tutto assieme.

Non importa da dove si parte; in questo caso stiamo partendo da un elemento di worldbuilding, ma potrebbe essere anche da un personaggio o da qualche idea di trama. La cosa importante è cominciare a farci delle domande a riguardo.

Mettiamo che mi sia venuto in mente un sistema magico interessante e che io voglia partire da lì. Mi serve quindi un personaggio che senta gli effetti (diretti o indiretti) di questa magia, e poi dovrò pensare all’azione a cui assisteremo man mano che andiamo avanti con la storia.

Passiamo all’esempio concreto, ovvero come farei io:

Il mondo di Mitol è da sempre preda di tempeste elettriche violentissime che ciclicamente si abbattono sulla terra. In qualche modo la vita è riuscita a prosperare e si è adattata a queste condizioni estreme, reagendo e trovando il modo, attraverso millenni di evoluzione, di prevedere le tempeste e riuscire a domarle in una certa quantità. Tale evoluzione si trova in un gene condiviso solamente da certi individui, che vengono venerati come divinità fin dall’infanzia e che di conseguenza detengono il potere sociale e politico.

Tutto molto bello fin qui, ma senza un personaggio che viva in questo mondo e senza una serie di azioni che porteranno il cambiamento abbiamo solo un diorama che, nonostante possa essere carino da guardare, è vuoto e sterile.

Per il personaggio abbiamo diverse scelte: può essere parte della casta di domatori delle tempeste che scopre che su Mitol si sta per abbattere un uragano elettrico che ha il potenziale di spazzare via la loro civiltà intera (questa è l’opzione forse più scontata); oppure lə nostrə protagonistə ha servito la casta per anni e, stufə di sopportare di essere trattatə come una pezza al piede, decide finalmente di ribellarsi e di sterminare i domatori; può essere qualcunə che ha trovato un modo per domare le tempeste attraverso la scienza, minacciando così lo strapotere della casta.

Queste sono solo alcune delle possibilità, e come vedi sono tutte legate al mondo e al sistema magico. La domanda qui che ho continuato a farmi mentre pensavo a questi tre esempi è: come è influenzata la società di Mitol dalle condizioni particolari di tale ambientazione? E che personaggio sarebbe interessante seguire all’interno di questo mondo? Non una panettiera, magari…o magari anche no, dipende: magari quella panettiera è una domatrice di tempeste incredibile e capendolo i suoi genitori l’hanno nascosta dalla casta per permetterle di vivere la sua vita in modo tranquillo…fino a quando succede qualcosa che rompe la sua quotidianità. Capisci cosa intendo, no?

Infine arriviamo alla trama, ovvero la una sequenza di azioni e di fatti che porteranno a un cambiamento (solo dellə nostrə protagonista, oppure di un gruppo di persone o ancora di tutta la società o tutto il mondo, siamo noi a deciderne la scala).

Ritornando alle tre possibilità che ho elencato, mettiamo che scegliamo lə scienziatə e partiamo da qui: scopre un modo per dominare le tempeste senza bisogno della casta dei domatori. Qual è la posta in gioco? Potenzialmente, la rottura di equilibri politici e sociali centenari che farebbe incazzare parecchie persone. La vita dellə nostrə scienziatə sarebbe, quindi, in pericolo. Basta anche solo questo per dare il via alla vicenda: abbiamo automaticamente la rottura della situazione “neutra” iniziale (se seguiamo le fasi del viaggio dell’eroe questa rottura sarebbe la chiamata e la situazione neutra il mondo ordinario), e abbiamo degli antagonisti (coloro che vogliono, banalmente, opporsi a tutto ciò che la scoperta dellə scienziatə rappresenterebbe).

Boom baow, that’s how you fix that: abbiamo unito worldbuilding, personaggi e trama.

COME FAR CRESCERE LE IDEE

Passiamo ora alla parte più importante della domanda, quella sull’idea. Mi ha colpito in particolare questa frase: “per una volta che ho carta bianca non mi viene in mente nulla”, che secondo me riassume molto bene questo tipo particolare di blocco. È quella resistenza che troviamo quando abbiamo infinite possibilità e restiamo così paralizzatə davanti a tale possibile abbondanza che succede esattamente il contrario, ovvero che non ci viene in mente proprio niente.

Per superare questo tipo di blocco specifico a volte basta fare qualcosa che sembra controproducente (ma non lo è), ovvero mettere dei paletti alla nostra creatività, proprio perché essa lavora al suo meglio all’interno di parametri chiusi; mettiti dei limiti e vedrai che li supererai.

Esempio concreto: ho in mente il mondo di Mitos e il suo sistema magico, ma ho zero idee su possibili personaggi e su trama; in questo caso una buona idea è appunto restringere il campo. Invece di pensare a mille cose contemporaneamente decidiamo di concentrarci solo su di una, per esempio su come il sistema magico influenza la vita di ogni giorno, partendo dal basso, dalle cose che possono sembrare banali: magari scavando ci verrà in mente questa panettiera che in realtà non è una semplice panettiera.

Ho un altro consiglio importante per te: per quanto banale possa sembrare, dai tempo e spazio a questa idea. A volte ci pensiamo senza sosta e ci scervelliamo, stressandoci, mentre stiamo facendo il contrario di ciò che ci servirebbe: lasciare che quell’idea evolva e trovi il suo posto naturalmente. Quindi datti tempo e dei modi per togliere la pressione.

A volte quando sentiamo che un’idea è “quella giusta” pensiamo che tutto il resto debba per forza essere perfetto e altrettanto “giusto”, e senza saperlo ci togliamo il piacere di sperimentare, di trovare strade che non portano a nulla senza pressione. Ma il nucleo di quell’idea resterà lì per te, disponibile, anche se esplorerai sentieri che non sono quelli che valorizzerebbero l’idea al massimo. Quindi sperimenta, percorri strade anche se poi si riveleranno un buco nell’acqua e permetti alla tua idea di crescere ed espandersi proprio grazie a questi tentativi.

Come al solito mi fa un enorme piacere sapere come ti è sembrato questo articolo e se ti è stato utile: fammi sapere la tua opinione con un commento o un messaggio su Instagram!

Spero di averti dato degli spunti interessanti, in bocca al lupo e alla prossima.

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Consigli per dividere la fase di bozza da quella di revisione

Consigli, Q&A, Scrittura

Tempo di lettura: 6 min 25

Dopo aver pubblicato l’articolo precedente a questo (quello sulla necessità di separare fase di bozza e di revisione) diverse persone mi hanno scritto su Instagram dicendomi che anche loro usavano quel “metodo” con scarsi risultati. Non sono mancate richieste di consigli per superare lo scoglio iniziale e riuscire ad abbandonare questa abitudine dannosa. In particolare mi ha colpito la richiesta di Agata, che riporto qui con il suo permesso:

Ho letto il tuo articolo (mi è piaciuto molto, è interessante), ma spesso mi sento costretta a rileggere perché ho paura di scrivere controsensi e il mio perfezionismo non mi consente di “chiudere un occhio” aspettando la fase di revisione…hai consigli per me? -Agata @lespinediagata

Ho voluto scrivere un articolo qui sul blog perché sono convinta che le dritte che sto per condividere, e che ho testato su me stessa, possano davvero essere di beneficio ad altre persone per superare il metodo del “leggi-e-correggi” (ti piace? Ho coniato il termine proprio ora).

I consigli che posso dare sono di due categorie: la prima contiene dritte facili e veloci da applicare; nella seconda categoria, invece, tocchiamo argomenti più profondi e andiamo alla radice di tale abitudine.

CATEGORIA 1

Ho trovato efficace tenere un quadernetto apposito per segnare eventuali errori, incongruenze e modifiche dei quali mi accorgo man mano che vado avanti con la bozza; mi segno la pagina e la correzione che voglio fare e vado avanti a scrivere un po’ più tranquilla.

Attenzione: rileggere non è una cosa da evitare di per sé!

A volte può essere necessario se magari non riusciamo a scrivere ogni giorno o se, come me, hai la memoria di un criceto: si rileggono alcune delle frasi o righe precedenti per riprendere il filo. Il comportamento da correggere è, piuttosto, la percepita necessità di dover modificare tutto subito; rileggere senza farlo richiederà, specialmente all’inizio, una grande forza di volontà; per questo motivo può essere una buona idea premiarsi in qualche modo. Sto per fare un esempio che forse potrà sembrare irrilevante, ma reggimi il gioco: prometto che ne varrà la pena.

Quando il mio compagno e io abbiamo preso Zelda, la nostra golden retriever, eravamo d’accordo di iniziare a educarla fin da piccolissima: seduta, terra, eccetera. Beh, abbiamo capito subito quanto lei sia motivata dal cibo: farebbe di tutto per un croccantino o per un pezzetto di frutta. Per insegnarle i comandi abbiamo quindi sfruttato questo suo “punto debole”: quando eseguiva il comando le davamo un premietto, che doveva dare un’immediata sensazione di piacere; per capirci, una ciotola piena di pezzetti d’anguria, per quanto gustosi, non poteva andare bene visto che avrebbe dovuto impiegare un po’ di tempo a mangiarla, mentre un biscottino piccolo masticabile in qualche secondo sì. Quello che stavamo facendo era condizionarla ad associare il piacere al comando imparato.

Forse avrai capito cosa sto cercando di dire: questa tecnica funziona anche per noi esseri umani, e se sfruttata nelle modalità esatte che ho elencato (premio che dà piacere e che può essere consumato in poco tempo, subito appena dopo aver fatto l’azione desiderata) può essere uno strumento efficace per darsi un’ulteriore spinta nella giusta direzione. Non dev’essere cibo per forza, eh! La natura del premio sta a te, basta che abbia le caratteristiche necessarie per motivarti e condizionarti ad associare la rilettura senza modifiche a qualcosa che porta piacere, qualcosa di “buono” da continuare a fare.

Un’altra cosa che può aiutare è tenere un quaderno (sì, sto nutrendo la tua ossessione per la cartoleria e non me ne pento nemmeno un pochino) con le informazioni che vengono fuori man mano che scrivi, in modo da poterle consultare in ogni momento; questa è una dritta che vale per chiunque, che tu sia unə plotter selvaggiə come me che adoro organizzare tutto in scalette e grafici o che tu sia unə pantzer e quindi preferisca seguire l’istinto.

Tenere conto di nomi, luoghi, informazioni e dettagli utili a parte, in modo che siano accessibili in modo facile e veloce, ti risparmia la preoccupazione di aver dimenticato qualcosa o di non essere coerente con la storia e i personaggi, e alla lunga può anche aiutare a eliminare la tentazione di ricadere in vecchie abitudini.

CATEGORIA 2

Per quanto possano essere utili i consigli precedenti credo davvero che la cosa migliore sia sempre andare al cuore delle cose, per capirne le radici e riuscire quindi a estirparle in modo davvero efficace. Per farlo, però, bisogna scavare a fondo, e non sempre è facile o fattibile per diversi motivi.

In ogni caso siamo tuttə d’accordo, credo, che la percepita necessità di dover correggere e modificare man mano che si trovano gli errori sia un prodotto del perfezionismo.

Quindi cosa spinge così tantə scrittorə, te compresə, a cadere nella trappola del leggi-e-correggi invece di andare avanti? E da dove viene la convinzione che dobbiamo essere perfettə per poter scrivere?

Vediamo alcuni esempi:

  1. è possibile che parte del nostro perfezionismo derivi da un sentimento di inferiorità (“Non sono unə scrittorə! Non sono degnə di chiamarmi in questo modo perché lə scrittorə verə sono divinità irraggiungibili e io non potrò mai essere al loro livello!”);
  2. magari, invece, scrivere per noi è sempre stato un sogno e quindi ogni parola la vediamo come essenziale per il nostro successo (“Oh no, ho messo una virgola invece che un punto, e in quella frase mi è persino scappato un avverbio! La mia carriera è finita prima ancora di cominciare!”);
  3. forse in fondo in fondo non crediamo di essere capaci di scrivere qualcosa di buono e abbiamo quindi paura del giudizio altrui (“Scrivo solo cagate pazzesche che di sicuro nessunə vorrà mai leggere!”).
  4. Oppure la motivazione profonda del nostro perfezionismo si trova altrove.

La cosa importante, qui, è riconoscere il nucleo, l’essenza più pura e decostruirla, e trovare le contromisure adatte, che possono variare da persona a persona.

La contromisura che preferisco, qualsiasi sia la sorgente dalla quale sgorgano le mie insicurezze, è personificare il nucleo del mio perfezionismo nella più petulante persona alla quale riesco a pensare, ascoltarla dire ciò di cui ho più paura e poi…farle il verso. Sì, hai letto bene.

“Non sei e non sarai mai degna di chiamarti scrittrice”, dice con la voce più fastidiosa al mondo, e io tiro fuori la lingua e ripeto: “nOn SeI e nOn sARaI mAi DEgnA di CHiaMarTi SCritTriCe”. Magari le faccio anche uno specchio riflesso faccia da cesso, che non guasta mai.

Sì, hai l’autorizzazione a immaginarmi mentre lo faccio e sì, puoi anche usare la tua fantasia per vedere questa frase citata nel titolo di un articolo di giornale a caratteri cubitali: “‘Faccio il verso e dico che è una faccia da cesso alla mia insicurezza’, dice Giulia Peruzzi, 33 anni”. Io nel frattempo rido, perché sarebbe un articolo fantastico.

Per quanto infantile o ridicolo possa sembrare, comunque, questa tecnica ha fondamenta solide: ridicolizzando frasi simili ne ridicolizziamo anche il significato, sminuendolo, e ci permettiamo di liberarci dal loro giogo. Se ci provi la prossima volta non esitare a dirmelo- mi fa sempre piacere sapere di non essere la sola a fare facce strane per combattere il perfezionismo!

Se non è il tuo stile, invece, prova questo: chiudi gli occhi, fai un grosso respiro e prova a immaginare il tuo perfezionismo personificato, magari in una persona che disprezzi; quando avrai la sua figura chiara in tutti i dettagli puoi cominciare a rimpicciolirla sempre di più e a togliere saturazione in modo che diventi in bianco e nero. Come ti fa sentire vederla così lontana, tanto quasi da non riuscirla a vedere, e come se fosse uscita da un film anni ‘20? Ti sembra che il suo potere su di te possa essere lo stesso di prima? Questo esercizio è ripetibile quante volte vuoi ed è semplicissimo; magari puoi pensare di svolgerlo poco prima di metterti alla tastiera.

Che tu metta in atto anche solo uno di questi consigli o tutti, spero ti siano stati d’aiuto. Fammelo sapere nei commenti o con un dm su Instagram e ricordati di iscriverti al blog per ricevere altri post come questo direttamente nella tua casella di posta elettronica: trovi come fare nella home.

Infine ricorda: lotta contro al perfezionismo e dì NO al leggi-e-correggi! (Se l’hai letto come se fosse una pubblicità cringe contro la droga siamo automaticamente amicə.)

Alla prossima!

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Scrittura: Tipi di scrittori in blocco e come superarlo

Consigli, Scrittura

Tempo di lettura: 3 minuti 15 secondi

Diciamo che avete avuto un’idea fantastica per una storia, magari avete persino cominciato a immaginare ambientazione e personaggi e volete cominciare a scrivere…ma nel momento stesso in cui vi mettete alla tastiera e vedete il foglio bianco di word non viene fuori nulla: nada, nothing. Esatto, quello che state provando è il famoso panico da foglio bianco. Credo che sia una cosa molto comune, anche se i motivi che si celano dietro di essa sono diversi.

Immagine di Antonio Uve su Behance

Analizziamo i diversi esemplari di scrittori bloccati, che ne dite?

Il primo è quello che ha speso settimane, forse mesi a fantasticare sul mondo narrativo che ha creato; conosce la storia del singolo sassolino della strada sterrata del villaggio più sperduto e ha persino dato un nome ai peli del naso del nonno del protagonista. Ha insomma esagerato un po’ (solo un pochino, eh!) con la fase di progettazione e si è ritrovato una marea di materiale storico, culturale, geografico, di background e sul carattere dei personaggi, così tanto che non sa come iniziare: le troppe informazioni lo confondono e la pagina bianca, con la sua assolutezza, lo blocca.

Il secondo esemplare che possiamo osservare è l’esatto contrario del primo: è lo scrittore che ha avuto un’idea che gli ha fatto accendere la proverbiale lampadina sopra la testa ed è stato così impaziente da voler scrivere subito. Il problema è che magari può andare avanti persino per qualche facciata, ma dopo un po’ la mancanza di una trama definita e di una struttura dietro la storia e il mondo narrativo si faranno sentire…cosa che lo porta a bloccarsi e non sapere come continuare.

Il terzo esemplare lo chiamerei “il perfezionista”: vuole iniziare con il piede giusto e conosce l’importanza assoluta dell’incipit. Vuole insomma che le prime frasi del suo romanzo colpiscano il lettore e lo spingano ad andare avanti, intrigato da ciò che potrebbe succedere in futuro. Il problema con il perfezionista è di solito che si scervella così tanto per trovare un buon modo per iniziare che trova migliaia di inizi nella sua testa…e non ne scrive nemmeno uno perché nessuno lo soddisfa appieno, restando quindi pietrificato a guardare il cursore lampeggiare sullo schermo.

Diverso dal perfezionista è l’esemplare numero quattro, ovvero “il distratto”: ha l’idea giusta, ha una trama più o meno strutturata e dei personaggi abbastanza caratterizzati, forse ha perfino pensato a come iniziare…ma non lo fa perché prima deve andare su Wikipedia per confermare che quel fatto sia davvero esistito, o su Pinterest a cercare l’immagine perfetta che rappresenti il suo protagonista, e finisce per entrare in un tunnel di ricerche che vanno dai siti per nomi di bebé armeni ai biscotti preferiti dalla regina Elisabetta negli anni ’50, fino a ritrovarsi con un centinaio di pagine aperte nel browser alle tre di notte…e nessuna parola scritta sul file word.

Quindi, miei cari esemplari di scrittore bloccato, come si fa a invertire la rotta e cominciare a scrivere? Vi svelo la mia ricetta segretissima. Pronti? 

Per cominciare a scrivere, senza avere paura del foglio bianco, il mio consiglio è…semplicemente cominciare a scrivere. Senza ricerche, senza perfezionismi, senza badare alla troppa o troppo poca pianificazione: scrivete. Permettetevi di digitare quelle prime parole. Se non saranno quelle “giuste”, o se dovrete modificarle in seguito non importa. Basta che iniziate. Perché, vi assicuro, nel momento in cui iniziate e cominciate a familiarizzare con il suono della tastiera sotto le vostre dita, accadrà il miracolo: continuerete a scrivere, ed è quella la cosa che più importa. 

Ci sono anche altri consigli che vi posso dare, anche se meno poetici: leggete qualcosa del vostro scrittore preferito, quello che vi fa pensare “vorrei scrivere proprio così!”; spegnete il cellulare e disattivate la connessione internet sul vostro computer per minimizzare le distrazioni e le tentazioni; ascoltate una playlist che vi faccia sognare; siate testardi: continuate a fissare il foglio bianco, sfidatelo in una gara che non potrete che vincere voi. E soprattutto ricordatevi perché lo state facendo: per piacere personale, per farvi leggere un giorno, per il vostro sogno, per necessità; non importa la motivazione, cercate di ricordarvela e partite per il viaggio che è scrivere la vostra storia.