Racconto: Il mago

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 11

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

Non avevo mai visto un mago prima, e mi dispiacque che fosse perché stava andando a morire.

Quel giorno la Piazza della Giustizia sembrava ardere di eccitazione; tutti volevano guardare in faccia l’ultimo sopravvissuto alla purga e nessuno sapeva davvero cosa aspettarsi. I maghi erano mutanti e pericolosi, ma lui sembrava diverso: camminava a testa alta, i piedi scalzi e ricoperti di muschio; tra i capelli nascondeva boccioli, nella barba si intrecciavano ramoscelli dalle tenere foglie e steli d’erba germogliati dalle sue orme nel fango accompagnavano i suoi ultimi passi. Lo osservai attraverso le teste che mi bloccavano la vista: aveva le mani legate dietro la schiena, ma dalla punta delle sue dita scaturivano scintille. Spalancai gli occhi e mi feci largo tra la folla, spintonando per cercare di guardare meglio; nessuno sembrava averlo notato, nemmeno le guardie che lo stavano scortando, troppo occupate a scansare gli sputi dalla folla.

Pensai che avrebbe di sicuro usato il fuoco delle sue dita per liberarsi e bruciare la piazza intera; ne sentivo il pericolo latente come un uccello della folgore avverte la tempesta; avrei potuto gridare e avvertire gli altri, ma non riuscivo né a muovermi né ad aprire bocca: ero ipnotizzato.

Solo pochi passi lo separavano dalla sua fine; il Mago continuava a camminare seminando erba dai piedi e minacciando incendi dalle mani, e io non riuscivo a staccare gli occhi da lui.

Salì i gradini della forca e seppi che era giunto il mio momento: sarei morto tra le fiamme e il mio clan non sarebbe nemmeno riuscito a identificarmi, volto anonimo tra i tanti radunati in quella piazza e travolti da quel terribile potere.

Le scintille sembrarono diventare sempre più minacciose quando gli infilarono il cappio al collo, ma quando guardò per un attimo la folla sotto di lui, nei suoi occhi c’era solo pace. Mi chiesi se fosse perché aveva accettato la propria morte o se si stesse pregustando la libertà che si sarebbe preso camminando sopra i nostri corpi carbonizzati. Respirai a fondo e mi preparai all’impatto, mandando un ultimo pensiero al mio clan. Pensai che non era poi così male morire, se significava assistere a della vera magia.

La botola sotto di lui stava per aprirsi. Non riuscivo più a scorgere le sue mani, ora nascoste, ma vidi che aveva socchiuso gli occhi nel silenzio che era improvvisamente calato sulla piazza. Poi la botola fu azionata in un suono sordo e crudele e l’ultimo dei maghi vi cadde dentro, il collo spezzato dall’impatto. Le scintille si spensero. I suoi boccioli appassirono, il muschio e i ramoscelli si rinsecchirono. Ogni traccia di magia svanì con l’estinguersi della luce nei suoi occhi. Unico tra la moltitudine di quella piazza maledetta abbassai il capo e piansi, consapevole di essere stato pronto a dare la vita per vedere anche solo una piccola fiamma nata nel palmo di un mago.

Racconto: L’eremita- il disgelo

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 75

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi suBehance

La solitudine di questa baita alle pendici del Plauris è un balsamo su ferite che mi hanno lacerato per troppo tempo; mi guarisce adagio in un silenzio che è sposo, amico, amante e custode. Nei miei due anni qui ho osservato le stagioni mutare attraverso il sottile vetro della finestra mentre sono rimasta congelata in un attimo eterno, nella lentezza di ogni giorno. 

Ai primi segni di freddo intenso indossavo guanti di lana e mentre i pennelli si asciugavano vicino alla stufa accesa osservavo i primi cristalli di neve scendere senza fretta. Nello sbocciare della primavera, quando ancora sentivo il bisogno del calore del legno arso, riposavo in lunghi pomeriggi assolati e raccoglievo grandi mazzi di ginestra stellata e foglie d’ortica; quando il monte diventava tiepido e clemente mi mettevo in cammino tra gli alberi fitti come una pellegrina con blocco da disegno e matite per raggiungere prati di aconito e iperico montano sotto cieli dall’azzurro sacro; e mentre le foglie dei faggi cominciavano ad arrossire riempivo il vuoto della tela tra il profumo delle castagne raccolte nel profondo del bosco e arrostite sul fuoco.

In questo placido trascorrere, in questo tempo che si dilata e si fa divinità, le uniche costanti sono il fruscio del pennello, il canto dei colori, la sfida della tela e mia sorella. 

Laura viene da me ogni sabato mattina per portarmi la spesa e assicurarsi che io stia bene. È l’unica persona con la quale abbia parlato da quando sono qui. A volte mi racconta di suo figlio, Matteo, che non ho mai visto; immagino la sua pelle come neve e i suoi pianti nubifragi. 

«Non ti piacerebbe conoscerlo, Alice?» mi chiede una mattina d’inverno. Resto in silenzio; certo che mi piacerebbe: Laura me ne ha parlato così tanto che mi sembra quasi di vederlo spalancare gli occhi alle novità di un mondo che cambia veloce con lui, uno al quale non appartengo più.

«No», mento, e me ne pento subito. «Non ancora, almeno», aggiungo per addolcire l’amaro della risposta, ma il danno è fatto. Laura se ne va senza toccare più l’argomento e mi lascia da sola con il mio rimorso.

La settimana che segue passa lenta. Non guardo l’orologio e misuro il passare del tempo in legna bruciata. Il fumo che esce quando apro lo sportello mi entra nei polmoni e mi fa lacrimare gli occhi; in cerca di aria pulita esco nella neve spessa, avvolta nella coperta più pesante che possiedo. Con i piedi bagnati nonostante le scarpe, il viso arrossato dal freddo pungente e le dita già quasi intorpidite, socchiudo gli occhi e inspiro a fondo in quella coltre gelida che tutto fa tacere. Dietro di me, nella mia piccola baita calda come il grembo di una madre, il pavimento è coperto da fogli sparsi, bozzetti di neonati a carboncino, studi sul nipote che non ho mai conosciuto e che ha suscitato in me un desiderio di contatto che non ho provato per anni.

Ascolto i brividi che hanno cominciato a scuotermi e rientro. Piego la coperta, metto le scarpe ad asciugare e mi siedo per terra davanti al fuoco tra i disegni e la mia malinconia. Sospiro e chino la testa, ormai arresa a un cambiamento che so di non poter più evitare. Il silenzio sembra approvare. È pieno inverno, ma il disgelo sta iniziando.

Racconto: L’imperatrice

Arcani maggiori, Racconti

Tempo di lettura: 2 min 75

Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi su Behance

Non ho mai saputo come si chiamasse: per me lei è sempre stata l’Imperatrice. 

La vidi per la prima volta un mattino di fine settembre quando salii per caso su una corriera diversa dal solito. Non era passato neanche un mese dal mio ingresso al liceo; scuola, compagni, ritmi nuovi: tutto mi esaltava e intimoriva al tempo stesso e navigavo attraverso quelle acque turbolente aggrappandomi a ogni salvagente a mia disposizione. Lei, invece, non sembrava avere bisogno di nulla. Non galleggiava a stento: camminava sull’acqua. Fu per questo che non potei fare a meno di notarla. 

Era seduta in fondo alla corriera, al centro come un’imperatrice sul suo trono, e dai sedili a destra e sinistra i suoi amici si sporgevano in avanti per parlare con lei; anche se non avesse occupato il sedile più visibile da tutti, però, sarebbe stato impossibile non restare affascinati: il suo portamento, i suoi gesti, come parlava…tutto di lei sembrava dichiarare al mondo quanto fosse speciale. 

La mia adorazione crebbe giorno dopo giorno, corsa dopo corsa. Cominciai a vestirmi come lei, mi tinsi i capelli dello stesso colore, provai a indovinare quale musica ascoltasse o cosa le piacesse leggere per farlo io stessa. Non sapevo nulla di lei, che scuola frequentasse o cosa la facesse ridere o piangere; non conoscevo il suo indirizzo o quale fosse il suo colore preferito. Sapevo soltanto che veneravo la sua sicurezza innata e che mi ritrovavo sempre di più ad allenarmi davanti allo specchio per parlare o sorridere come le avevo visto fare. Capii presto che non volevo assomigliarle: volevo essere lei. Volevo essere l’Imperatrice. 

Forse per questo sua sparizione improvvisa fu come un pugno allo stomaco: era il primo giorno di scuola del mio secondo anno e avevo atteso tutta l’estate, scalpitando, di vederla di nuovo. Volevo che mi notasse. 

Quella mattina mi alzai prestissimo. Osservai allo specchio il mio riflesso, ormai così simile a lei, con la certezza che saremmo diventate grandi amiche. Mi immaginai seduta alla sua destra mentre mi confessava quanto fosse felice di aver trovato qualcuno che finalmente riusciva a capirla e sorrisi, soddisfatta.

Scelsi con cura i miei vestiti e controllai mille volte gli orari delle corse. Alla fermata non riuscivo a stare ferma, sentivo le dita informicolate dall’ansia. Quando la corriera arrivò salii i gradini, guardai in direzione del sedile che era sempre stato dell’Imperatrice e lo trovai vuoto. 

Mi sedetti al mio solito posto sentendomi confusa. Mi dissi che era un caso e che stava saltando il primo giorno con i suoi amici ma mancò anche il secondo giorno, il terzo, e il resto della prima settimana di scuola. A metà della seconda dovetti fare i conti con la brutale verità: non sarebbe tornata. 

Ritornata da scuola mi chiusi in camera e piansi prendendo a pugni il letto. Restai sveglia tutta la notte senza riuscire a spiegarmi come mi avesse potuto abbandonare. E poi, in un lampo di genio, capii. Non mi aveva lasciata, tutt’altro.

La mattina del terzo lunedì di scuola scostai i capelli dal viso e mi sistemai la camicetta prima di salire sulla corriera. Attraversai il corridoio sentendo gli occhi di tutti puntati su di me. Anche loro sapevano, anche loro capivano.

Mi sedetti sul trono mentre un brivido d’eccitazione mi attraversava la schiena: finalmente avevo ciò che mi spettava di diritto. Da lì potevo vedere tutta la corriera ai miei piedi, non avevo mai sentito un potere così inebriante. Soppressi un risolino: era così che si doveva essere sentita, indistruttibile. Respirai a fondo, le mani rilassate.

«L’Imperatrice è morta», sussurrai mentre raddrizzavo la schiena e piegavo le labbra in un sorriso sbieco. «Viva l’Imperatrice.»