Racconto: L’imperatrice

Arcani maggiori, Racconti

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Questo racconto fa parte di una serie ispirata agli arcani maggiori. Ogni arcano maggiore mi ha ispirato in modo diverso, qualcuno in modo più letterale, altri per il loro significato più profondo, spaziando tra generi, stili e persone diverse.

Immagine tratta dal progetto di Camilla Montemaggi su Behance

Non ho mai saputo come si chiamasse: per me lei è sempre stata l’Imperatrice. 

La vidi per la prima volta un mattino di fine settembre quando salii per caso su una corriera diversa dal solito. Non era passato neanche un mese dal mio ingresso al liceo; scuola, compagni, ritmi nuovi: tutto mi esaltava e intimoriva al tempo stesso e navigavo attraverso quelle acque turbolente aggrappandomi a ogni salvagente a mia disposizione. Lei, invece, non sembrava avere bisogno di nulla. Non galleggiava a stento: camminava sull’acqua. Fu per questo che non potei fare a meno di notarla. 

Era seduta in fondo alla corriera, al centro come un’imperatrice sul suo trono, e dai sedili a destra e sinistra i suoi amici si sporgevano in avanti per parlare con lei; anche se non avesse occupato il sedile più visibile da tutti, però, sarebbe stato impossibile non restare affascinati: il suo portamento, i suoi gesti, come parlava…tutto di lei sembrava dichiarare al mondo quanto fosse speciale. 

La mia adorazione crebbe giorno dopo giorno, corsa dopo corsa. Cominciai a vestirmi come lei, mi tinsi i capelli dello stesso colore, provai a indovinare quale musica ascoltasse o cosa le piacesse leggere per farlo io stessa. Non sapevo nulla di lei, che scuola frequentasse o cosa la facesse ridere o piangere; non conoscevo il suo indirizzo o quale fosse il suo colore preferito. Sapevo soltanto che veneravo la sua sicurezza innata e che mi ritrovavo sempre di più ad allenarmi davanti allo specchio per parlare o sorridere come le avevo visto fare. Capii presto che non volevo assomigliarle: volevo essere lei. Volevo essere l’Imperatrice. 

Forse per questo sua sparizione improvvisa fu come un pugno allo stomaco: era il primo giorno di scuola del mio secondo anno e avevo atteso tutta l’estate, scalpitando, di vederla di nuovo. Volevo che mi notasse. 

Quella mattina mi alzai prestissimo. Osservai allo specchio il mio riflesso, ormai così simile a lei, con la certezza che saremmo diventate grandi amiche. Mi immaginai seduta alla sua destra mentre mi confessava quanto fosse felice di aver trovato qualcuno che finalmente riusciva a capirla e sorrisi, soddisfatta.

Scelsi con cura i miei vestiti e controllai mille volte gli orari delle corse. Alla fermata non riuscivo a stare ferma, sentivo le dita informicolate dall’ansia. Quando la corriera arrivò salii i gradini, guardai in direzione del sedile che era sempre stato dell’Imperatrice e lo trovai vuoto. 

Mi sedetti al mio solito posto sentendomi confusa. Mi dissi che era un caso e che stava saltando il primo giorno con i suoi amici ma mancò anche il secondo giorno, il terzo, e il resto della prima settimana di scuola. A metà della seconda dovetti fare i conti con la brutale verità: non sarebbe tornata. 

Ritornata da scuola mi chiusi in camera e piansi prendendo a pugni il letto. Restai sveglia tutta la notte senza riuscire a spiegarmi come mi avesse potuto abbandonare. E poi, in un lampo di genio, capii. Non mi aveva lasciata, tutt’altro.

La mattina del terzo lunedì di scuola scostai i capelli dal viso e mi sistemai la camicetta prima di salire sulla corriera. Attraversai il corridoio sentendo gli occhi di tutti puntati su di me. Anche loro sapevano, anche loro capivano.

Mi sedetti sul trono mentre un brivido d’eccitazione mi attraversava la schiena: finalmente avevo ciò che mi spettava di diritto. Da lì potevo vedere tutta la corriera ai miei piedi, non avevo mai sentito un potere così inebriante. Soppressi un risolino: era così che si doveva essere sentita, indistruttibile. Respirai a fondo, le mani rilassate.

«L’Imperatrice è morta», sussurrai mentre raddrizzavo la schiena e piegavo le labbra in un sorriso sbieco. «Viva l’Imperatrice.»